Mic.

pensieri, nel vento,
di Michele Isman

[m.isman@agora.it]

giovedì, gennaio 30, 2003
BLOG COLTO

Per una volta questo blog diventa uno spazio di 'cultura vera', un blog colto. Come già preannunciato ho l'onore di pubblicare, qui appresso, lo scritto che la mia amica Dida Paggi mi ha inviato qualche giorno fa dalla sua splendida casa fuori Arezzo.
Aggiungo che mi trovo a Roma downtown, in questi giorni, a rivestire il ruolo di papà tuttofare (stamani ad esempio ho fatto un megaragout tuttobio). E da qui non trovo si vede l'ispirazione per altre robe degne (degne: le altre lo erano state?) di essere bloggate. Perciò dirò soltanto, banalmente, che Berlusconi mi fa pisciare, ma non dal ridere.
Detto questo, che mi scappava (appunto), passo senz'altro la parola all'Autrice (anzi non prima della seguente avvertenza: non ho idea di che cosa sarà delle parole in corsivo, di quelle sottolineate eccetera, presenti nel testo. Tenetene conto).
Firmato, l'editore.

Caro Mic, l'ultimo e il penultimo argomento del tuo blog (ma sei così prolifico che forse sono già il terzultimo e il quartultimo) – naufragi/naufragatori e ebrei, per intenderci – mi hanno fatto ripensare a una strana coincidenza (?) occorsami una decina di anni fa.  Ne avrei sempre voluto scrivere e ora mi fornisci l'occasione per farlo.

Su alcune bancarelle della Fiera Antiquaria di Arezzo compro, come del resto faccio sempre, dei vecchi libri che hanno il pregio di costare molto poco: mille, duemila o tremila lire al massimo.  Col pretesto che si tratta di piccole cifre, compro sempre molti più libri di quanti poi non finisca per leggerne.  Della dozzina di libri raccattati in quell‚occasione, il caso (?) me ne ha fatti leggere due, uno di seguito all‚altro.  Per la cronaca, si trattava di:

Alfred Dreyfus, Cinque anni della mia vita, Sonzogno, Milano, 1901, e di un romanzo intitolato

I naufragatori di Enrico Rochefort, Sonzogno, Milano, 1881.

Il libro di Dreyfus racconta dei suoi anni di prigionia prima a Parigi e poi all‚Isola del Diavolo, attraverso le lettere che marito e moglie si scambiano.  Sono lettere che testimoniano di un grande amore reciproco e del desiderio spasmodico di D. di provare la propria innocenza per poter lavare l‚onta fatta al suo onore.  Ricordo che una cosa mi aveva particolarmente colpito di queste lettere, e cioè che mentre ci sono centinaia di riferimenti all‚onore e al sentimento patriottico, la religione non viene mai evocata o invocata.  D. sa che qualcuno ha macchinato a suo danno, ma non riesce a capire assolutamente perché.

Del romanzo di Rochefort, la cosa più notevole è il titolo.  I naufragatori del suo romanzo, infatti, non sono più i disperati, i malfattori, i pirati che facevano affondare le navi, uccidevano i naufraghi e si impadronivano delle merci trasportate.  Sono invece signori della cosiddetta „buona società‰ e/o frequentatori del demi-monde, che all‚onore antepongono il proprio interesse e che non esitano a ricorrere ad alcun colpo basso pur di raggiungere i propri ignobili scopi. 

Ma lasciamo parlare il traduttore del romanzo (che rimane per altro ignoto) nella N.d T. contrassegnata col numero 1, apposta per l‚appunto al titolo.

Nell‚antica Armorica esisteva un uso, convertito in diritto, per cui le navi naufragate appartenevano alle popolazioni litorali, e propriamente ad alcune famiglie che ne avevano acquistato il privilegio.  Da lì, delle bande di malfattori comparvero in parecchie epoche e con mille inganni, tra cui fuochi fluttuanti e fanali sopra irte scogliere, facevano perdere i naviganti e ne dividevano le spoglie.

Questi mostri di natura furono chiamati Naufragatori (Naufrageurs).

Ora la società possiede anch‚essa i suoi Naufragatori in coloro che seducono la virtù, corrompono la innocenza, sorprendono la buona fede, insidiano l‚onore e uccidono i più sacri entusiasmi.

Rochefort riconobbe questa verità, non che questa analogia, e col titolo di Naufragatori scrisse un romanzo, ch‚è il suo migliore.

La parola, nelle due lingue, costituisce un neologismo; ma siccome esprime esattamente un‚idea che altri non possono esprimere, così noi abbiamo voluto conservarle tutta la sua originalità.

L‚ho fatta un po‚ lunga per arrivare con un po‚ di suspence alla famosa coincidenza.  Ma prima riepiloghiamo.

(1) Nel 1881 esce la traduzione italiana de I Naufragatori.  Ignoro di che anno sia l‚edizione originale francese ma tenendo conto che la vicenda è ambientata nel 1866 e che non si tratta di un romanzo di fantascienza, ritengo probabile che sia stato scritto negli anni ‚70 dell‚Ottocento.  Rochefort ha coniato un neologismo, dando un nuovo nome a un‚antica e ignobile professione, così ben descritta dalle parole del suo traduttore italiano.

(2) Nel 1894 scoppia il caso Dreyfus e immediatamente la Francia si spacca tra colpevolisti e innocentisti. Il più autorevole tra questi ultimi è Emile Zola, mentre un giornalista e uomo politico francese sarà tra i suoi più feroci detrattori.  Sulle pagine dell‚Intransigeant  costui scriverà che esistono le prove che, esasperato dalla campagna antisemita, Dreyfus aveva scritto all‚Imperatore di Germania pregandolo di ammetterlo nel suo esercito e che Guglielmo gli aveva fatto rispondere che poteva servire la Germania restando nell‚esercito francese come spia tedesca. 

Le prove che il giornalista dice di avere vengono smentite da tutti, ma questi „colla disinvoltura e l‚audacia abituali, sostenne l‚autenticità della sua storia ad onta di tutte le smentite‰. 

Ho tratto queste ultime informazioni dal Processo Zola ˆ dal 7 al 23 febbraio 1898 ˆ Milano, Fratelli Treves Editori, 1898.  

Un libro , manco a dirlo, trovato anch‚esso su una bancarella qualche mese dopo.  Ed è da questo libro, appunto che apprendo il nome del più feroce tra i detrattori di Dreyfus.  È il caso di nominarlo? Henry Rochefort!

 Ah, dimenticavo un piccolo particolare: nel giugno 1868 Rochefort fonda un settimanale dal titolo emblematico per un naufragatore: La Lanterne.

 
martedì, gennaio 28, 2003
SINCRONISMI
Proprio il giorno in cui mi son deciso a divulgare ai quattro venti (che non fa ottanta, come in Francia) il fatto che questo blog esiste, la Telekom ha provveduto al 'taglio' del telefono dell'eremo. Succede, ehm, quando non si paga la bolletta da un po'...
Va bene che non nuoto nell'oro, di questi tempi, ma se almeno me le mandassero, le bollette, sti stro...mbolani.
Non so se il baco è in Telekom o nelle Poste, ma in ogni caso mi pare un po' assurdo, e, come dire, 'forcaiolo', questo ricorso punitivo al taglio dei fili. Zak! Così impari. Che una mail non me la potevano mandare? E una telefonata? Basterebbe un programmino informatico da due lire (0,01 euro), che fa tutto da solo, non servirebbe neppure impiegare costose 'risorse umane'.
Si può dire vaffanculo in un blog? Proviamo: Vaffanculo.

Preannuncio la pubblicazione in questo blog di un interessante scritto che l'autrice, la mia amica Dida Paggi, mi ha inviato l'altro giorno. Wow, divento editore! Mic.

 
Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per... beh, non esageriamo!
Ho imparato finalmente come si fa ad andare a capo in questo (si può dire?) stupido blog: e col Macintosh, che di solito nessuno se li caga i Macintosh.
Ecco qua.
Visto?
Come si fa? Mandatemi un euro (+IVA) e ve lo dico ;-)
Ora devo affrontare il problema username, ché di 'isman' in Italia ce n'è diversi
(ben 14, fra un po' 15), non vorrei ci si confondesse... Mic.

 
lunedì, gennaio 27, 2003
www.antoniotombolini.com/simplicissimus/ - E' l'indirizzo del blog di Antonio Tombolini. Stasera 27 gennaio ci trovate, fresco di messa online, un suo scritto su shoah e memoria che a me pare molto interessante. (E se ci andate domani o quando vi pare, lo trovate lo stesso). Grazie Antonio. Mic.

 
Anì maamin / beemunà shelemà / beviàt hamashiach, / ve af alpi sheitmameà / Anì maamin. - Io credo / con fede completa / nella venuta del Messia, / e benché tardi a venire / Io credo. - Molti ebrei entrarono cantando queste parole, nelle camere a gas dei campi di sterminio nazisti: "in questo modo, nel cuore stesso dell’inferno, essi sono riusciti a dimostrare d’essere rimasti uomini fino alla fine, di non essersi lasciati sfigurare né umiliare, per non morire prima di morire". - Appena sessant'anni fa (soltanto venti prima che io nascessi, impensabile, impensabile!), SEI MILIONI di loro furono uccisi, uniti in questa sorte a moltitudini (meno numerose ma non meno inimmaginabili) di altri uomini e donne considerati inferiori, sbagliati, dannosi: zingari, oppositori politici, omosessuali, 'handicappati'... Oggi 27 gennaio bisogna ricordarsene, lo dice una legge di questo stato, la legge 211 - 20 luglio 2000. Ma ciascuna di loro sei milioni di anime, una per una, il loro canto, il loro pianto, sono dentro di me umile uomo, tutti i giorni della mia vita... - Potete ascoltare 'Anì maamin' scaricandone il file MP3 (4,4 Mb) al sito http://www.ucei.it/giornodellamemoria/sound/am.htm. - Si tratta di una versione 'solenne', con organo, coro e voce solista. - Una volta ne ascoltai un'interpretazione molto diversa e (al mio orecchio, al mio cuore) molto più bella, dalla ruvida voce di Moni Ovadia. Non me la dimenticherò mai. - Mic.

 
CHI NON RICORDA, NON VIVE - Voi che vivete sicuri / Nelle vostre tiepide case; / Voi che trovate tornando la sera / Il cibo caldo e visi amici: / Considerate se questo è un uomo / Che lavora nel fango / Che non conosce la pace / Che lotta per mezzo pane / Che muore per un sì e per un no / Considerate se questa è una donna, / Senza capelli e senza nome / Senza più forza di ricordare / Vuoti gli occhi e freddo il grembo / Come una rana d'inverno: / Meditate che questo è stato: / Vi comando queste parole: / Scolpitele nel vostro cuore / Stando in casa andando per via, / Coricandovi alzandovi; / Ripetetele ai vostri figli: / O vi si sfaccia la casa, / La malattia ve lo impedisca, / I vostri cari torcano il viso da voi. - Primo Levi, Se questo è un uomo

 
domenica, gennaio 26, 2003
TRE LINK - Oggi è stata una bella giornata di sole caldo e di aria fresca e profumata, qui all'eremo, e io ritiro su la saracinesca. Ho passato qualche mezz'ora a zonzo, curioso come una scimmia, per blog e luoghi affini e ho trovato tre cose deliziose, che segnalo. Le prime due sono brevi frasi, intelligenti, ironiche, 'blogghesche', che ho trovato in due blog davvero sfiziosi. La prima: "io ci voglio andare a vivere, in un corso di yoga.." (Taikiki - taikiki.splinder.it). La seconda: "ma perché le ragazze carine abitano in culo a Giove e per giunta hanno pure il ragazzo?" (Ru' - amoeba50.blogspot.com). La terza cosa che segnalo è una sorta di comitato per la difesa della pratica del petting (ge-nia-le!): ci si può iscrivere e scaricare frame di diverse misure da pubblicare poi nel proprio sito (anche nei blog?), linkare eccetera. L'indirizzo è http://www.femalefantasy.it/tlc/index.html

 
STORIA - Quanti nomi di monarchi, papi e condottieri, luoghi e date di battaglie e trattati avremo imparato, e giustamente dimenticato, durante gli anni della squola? Chedducojjoni! Eppure la storia dell'umanità è una materia così importante, e piena, straripante di fatti interessantissimi. Come vivevamo, nel passato? Che cosa mangiava, la gente? E che faceva la sera, come si divertiva, come si vestiva, come (e quanto poco...) si lavava, che cosa mangiava, dove lo acquistava e come lo cuoceva e conservava, come erano le case, e le botteghe, come si lavorava, come si viaggiava... Oggi ho imparato qualcosa su come si navigava. Un tempo si preferiva navigare, se possibile, per spostarsi o spostare cose: viaggiare via terra era lento, pericoloso, e le strade non erano mica quelle di oggi, e soprattutto non c'erano né le automobili né i treni... Una nave a vela può (e poteva anche mille o duemila anni fa) facilmente percorrere 150, 200 miglia nelle ventiquattro ore (= circa 280, 370 chilometri). Via terra sarebbe stato impensabile. Senza gps, radar né sestante, un bel problema era però navigare di notte senza andare a sbattere contro qualche cosa di duro... I vulcani, dove ce n'erano ed erano visibili da mare, per i primi naviganti costituirono una grande risorsa, in questo senso. Si vedevano da lontano e permettevano di orientarsi bene anche nelle tenebre. Così a qualcuno venne in mente di predisporre qua e là, in punti strategici sulla costa, dei gran fuochi. Nacquero i fari. Quello, leggendario, di Alessandria d'Egitto (ai tempi dei Romani o giù di lì) pare che fosse alto centotrenta metri (come un moderno grattacielo di quaranta piani), visibile per questo a molte, molte miglia di distanza. I Fenici prima, i Cartaginesi e i Romani poi, fabbricarono fari un po' ovunque, nel mare nostrum: Ostia, Pozzuoli, Messina... Le coste e le isole del mediterraneo divennero fin da tempi antichissimi costellate di molti fuochi. I Romani misero fari fin sulla Manica. Incredibile, no? Si racconta che a Genova, prima che fosse costruita la famosa Lanterna, si usasse fare dei gran falò con la 'brisca', gli steli della ginestra (i quali evidentemente fanno molta luce, bruciando), alimentandoli per tutta la notte, ogni notte. Poi c'era qualcuno che spegneva il fuoco apposta, per far sì che le navi andando a sfasciarsi sugli scogli diventassero relitti da depredare... Dove e quando ho imparato tutto ciò (e molto altro?): l'ho imparato stamattina, ascoltando Radio3 Rai, la mia 'università'.

 
mercoledì, gennaio 22, 2003
"Nuku Hiva, Hiva Oa, Ua Pou, Fatu Hiva, Ua Huca, Motu Iti. Si può sognare solo con la musica dei loro nomi. E poi illudersi che il paradiso terrestre esista."Alla stazione Termini ci ero andato con la motocicletta, l'altro ieri, arrivando con una buona mezz'ora di anticipo sull'orario del mio treno. Bene bene, adoro essere in anticipo, avere del tempo da 'perdere', il tempo per guardarmi attorno, per un caffè dalla schiuma cremosa, al bar, con calma; per guardare la gente, per curiosare qua e là: e la stazione Termini è un luogo interessantissimo, da questo punto di vista! Sorseggiando il mio caffè mi viene in mente che la mia amica Alessandra tempo fa mi aveva invitato caldamente a leggere un libro di un certo Peter Singer, del quale so soltanto che è un filosofo e un militante animalista, o giù di lì. C'è una antica polemica fra me e Alessandra, tuttora in corso, per via del fatto che io mangio la carne e invece lei pensa che non sia giusto sfruttare, e uccidere, gli altri animali... Ne parlerò in seguito qui nel blog, magari: è una questione complessa, richiede un po' di tempo e soprattutto di dedizione. Non ricordando né l'editore né il titolo del libro mi faccio aiutare da un commesso libraio, "Singer, dev'essere laggiù in fondo, a sinistra, in basso". In effetti c'era, ma era un altro Singer, autore di romanzi o di nonsocché... Copertine orribili. Non cerco neppure di capire di che si tratta. E' chiaro che il 'mio' Singer è tutt'altro. Un'occhiata all'orologio, il mio tempo da perdere sta per terminare, mi concedo un minuto per cercare il Singer giusto, no, è troppo poco, rinuncio. Faccio per avviarmi verso l'uscita trasparente della libreria quando sento lo sguardo catturato da una copertina. Ambrogio Borsani, Addio Eden, Neri Pozza editore. "Melville, Stevenson, Gauguin, London, Brel... grandi anime alla deriva nei Mari del Sud" recita il sottotitolo. Ho terminato di leggere questo libro stamattina, accucciato sotto il sacco-piuma perché fa freddo, qui in campagna. Questo libro mi ha fatto sognare, e mi chiedo se quei nomi, Nuku Hiva, Hiva Oa, Ua Pou, Fatu Hiva, Ua Huca, Motu Iti, resteranno in me soltanto un sogno, una musica, o se saprò presto o tardi far passare per di là, per quell'Eden che devono essere, ancora oggi, le isole Marchesi, questo mio cammino.

 
giovedì, gennaio 16, 2003
MI PRESENTO, SECONDA PUNTATA (scritta in diretta) – I nonni di solito sono quattro, due donne e due uomini. Le mie nonne esistono ancora e stanno, relativamente alla loro età, piuttosto bene. Insieme (anche se nella realtà non ci stanno proprio benissimo, insieme) fanno centottantasette anni e mezzo abbondanti. Di uno dei nonni maschi ho accennato. Quell'altro, il nonno Umberto, papà di mio papà, nacque a Trieste nel 1899, casualità lo stesso anno in cui a Monza nacque il nonno Gibi. Trieste a quel tempo non era in Italia ma in Austria-Ungheria. Nel 1917 parirono per la Grande Guerra i 'ragazzi del '99', i più giovani, che in quell'anno compivano 18 anni. Fra i tanti ragazzi mandati al macello ce ne erano due che molti anni dopo sarebbero diventati amici, e in seguito anche consuoceri: i miei due nonni: uno con la divisa da bersagliere, a resistere sul Piave, quell'altro non so dove, con l'uniforme dell'esercito di sua maestà l'imperatore Francesco Giuseppe. Se per caso si fossero incontrati, avrebbero dovuto spararsi addosso.

 
martedì, gennaio 14, 2003
DISOCCUPATO. Un bicchiere di buon vino (bianco, anche se è inverno e fuori c'è il ghiaccio, come mi ha insegnato il mio amico Michele Marziani); un bel fuoco profumato e scoppiettante che riscalda dal camino questa bella casa, le luci sono giuste e una musica sublime vien fuori dagli ottimi diffusori dello stereo, in massiccio legno di noce, comprati a rate molti anni fa. Michel Petrucciani, un gigante. Stefano Battaglia al piano. – Sono *pressoché disoccupato* e non so di che vivrò non nei prossimi sei mesi o un anno, ma come pagherò l'affitto alla fine di *questo* mese di gennaio... La spesa la faccio con Cartasì, perciò sono ricchissimo. La vita mi ha insegnato che i problemi di cui bisogna a ragione preoccuparsi, sono ben altri che quello del denaro. Almeno, questo vale in questa parte privilegiata del mondo in cui ho avuto la sorte di nascere. E anche perché il mio bisnonno palazzinaro in Monza aveva accumulato beni tali da arrivare fino a me, anche se nei fatti non ne potrò godere finché non sarò vecchio, ché il mio babbo dice che sennò è immorale. Anche se il bisnonno era il nonno della mamma. Dettagli. – Io sono un uomo felice anche così, ma se per caso qualcuno che legge avesse del lavoro per me, tante grazie. So fare tante cose, forse. In teoria. In pratica da quasi vent'anni faccio il progettista grafico. Vivo a Sutri (VT) ma in treno quasiasi altra località d'Italia, o non, la posso raggiungere in poche ore. Grazie.

 
sabato, gennaio 11, 2003
MI PRESENTO, PRIMA PUNTATA – Visto che non so o non posso, per ora, pubblicare un ‘chi sono io’ linkabile qui a fianco, mi presento in questo post(o); lo faccio per te che arrivi da fuori e non mi conosci. Se invece mi conosci già, puoi saltare la casella e andare alla successiva (quando ce ne sarà una). Premetto che sono di quelli che preferiscono essere in rete con il loro nome cognome e indirizzo. Credo che sia del tutto legittimo non farlo, ossia nascondersi dietro uno pseudonimo. Ciò può essere di grande aiuto, lo capisco bene, in specie a chi vive un'esistenza doppia, per così dire. Io che sono un uomo semplice, decido che vivo una esistenza singola, questa qua, la mia, quella che iniziò quarant'anni e qualche spiccio fa, il 14 novembre del 1962, in una clinica di Monza, dove nacqui dalla mia mamma, che si chiama Rosella Stucchi. Il suo papà, cioè il mio nonno materno, fu un bellissmo nonno, che mi ha ‘imprintato’ qualcosa che per me è fondamentale (e che, più invecchio, meglio capisco): l'amore per la natura. Proprio per la wilderness, per gli ambienti selvaggi. In particolare col nonno si andava in montagna, e in particolare ancora per bellissimi, solenni boschi di conifere delle Dolomiti, in cerca di porcini, e questo era l'aspetto ludico della cosa. L'amore per la natura, per me, è anche più di un amore e basta: è una specie di dipendenza, di necessità vitale, non proprio come l'aria, il cibo, l'acqua, senza i quali si muore punto; piuttosto come l'amicizia, il gioco, il mangiar bene, l'amore, il sesso (et cetera) insomma quegli ingredienti (qui assolutamente in elenco incompleto e non ordinato) senza i quali la vita sarebbe una vita da vegetale, e non da animale umano quale io sono. Il nonno Gibi poi, in gioventù fu un bravo alpinista, uno sciatore d'eccellenza, fece due guerre mondiali e alla fine siccome gli dovevano girare un bel po' le balle, mise a disposizione della lotta partigiana tutto sé stesso, la sua persona, le sue capacità, la sua esperienza: in quel caso sì, con uno pseudonimo, ma serviva a salvare la pelle, a non compromettere la sua famiglia. Comandante Federici, si chiamò allora, il mio nonno Gibi. ... Mi fermo, decido che mi piace pubblicare questa storia a puntate, anche perché mi rendo conto che di questo passo verrebbe fuori una cosa illeggibile, per la sua lunghezza. A presto.

 
venerdì, gennaio 10, 2003
Non mi piace la grafica un tot al chilo. Ne ho vista troppa, ne ho fatta, troppa, io stesso. Ci ho campato, e anche bene a periodi, dal 1984 a oggi. Anzi a ‘ieri’, perché oggi, da qualche tempo, non ci riesco più a campare, ma questo è un altro discorso, ora non c'entra. Non mi piace, in particolare, la quasi totalità della grafica che appare da questo grande monitor qui davanti a me quando navigo il web. Non mi piace e anzi mi dà persino fastidio. Fra i layout proposti da splinder ho scelto il più 'zen', il più semplice, quello con meno grafica, ma anche qui, quella pochissima grafica che c'è, a me, scusate, non mi piace (proprio così, con l'errore, a-me-non-mi). Insomma, a me mi piacerebbe metterci le mani io stesso, se fosse possibile, se fosse semplice. Vorrei inserire dei link, vorrei poter pubblicare immagini, vorrei... (Non è che qualcuno che, eventualmente, mi legge, mi può o mi vuole aiutare? Grazie.)

 
MI METTO IN GIOCO – Bene. Buonasera, buonasera a tutti, che sarete pochini, almeno all’inizio. Poi vedremo. Non che mi aspetti, né a dire la verità che auspichi di avere un un’audience esagerata. Inauguro la pubblicazione di questo blog perché mi va, perché un’amica (che un’amica lo è senz’altro, anche se non so neppure come si chiama) mi ha chiesto se volevo un aiuto tecnico per metterlo in piedi (poi ho scoperto, anzi sto scoprendo che è facilissimo anche per un deficiente dell’informatica quale io sono). Perché da quando ho scoperto questo ‘nuovo’ strumento del comunicare, l’ho trovato interessante, anzi di più, intrigante, per le sue proprie intrinseche caratteristiche di medium (molti anni fa quando frequentavo da studente l’Istituto d’Arte di Monza, un professore intelligente dedicò mezzo anno scolastico allo studio di alcuni testi di Marshall Mc.Luhan, e da allora io mi diletto, niente di più, a ‘guardare dentro’ i mezzi di comunicazione: tentando un approccio analitico, diciamo). Frequentando e leggendo quotidianamente un forum e alcuni blog di amici ho trovato naturale scrivere io stesso – scrivere mi piace, mi è sempre piaciuto – ciò che penso delle cose che leggo, diventando così un commentatore spietato, probabilmente anche un po’ invadente: un “incursore” come mi ha definito una volta il mio amico poeta Michele Marziani. Ecco allora che quando Aglaja mi ha scritto proponendomi, come dicevo, di realizzare un blog tutto mio, proprio lei che di blog è un’autrice così disinvolta (e interessantissima, a mio avviso), io ho detto subito ”Sì, grazie!”, con curiosità, con entusiasmo. Ed eccomi qui. Mi metto in gioco. Non ho un’idea precisa di che cosa questo blog sarà. Non so se ci scriverò tutti i giorni, come alcuni fanno, usandolo come una sorta di ‘diario aperto’, oppure se vi pubblicherò pensieri liberi ogni volta che me ne verrà in mente uno e che lo vorrò condividere, lanciandolo ‘nel vento’ come le preghiere che i buddhisti tibetani scrivono o stampano su bendierine colorate che poi lasciano sventolare finché non si consumano e cadono, marcendo nel suolo. Questa seconda ipotesi è probabilmente quella che si avvicina di più al mio spirito, al mio temperamento. Sarà uno SLOG, contrazione della felice espressione slow-blog (copyright Mik Marziani), nel senso che, come dicevo, pubblicherò se e quando mi andrà di farlo. Senza fretta, senza foga, senza sentirmi obbligato a scrivere per forza qualcosa. Un’altra cosa, importante: in questo blog pubblicherò soltanto verità: almeno, le mie, si intende. potrà sembrare una banalità, questa puntualizzazione, e invece non lo è, per me non lo è affatto. Anzi, trovo che sia una cosa fondamentale. Una chiave. Io qui mi metto in gioco, come dicevo. Senza balle, senza reticenze, senza pudore, senza rete. Caspita se è importante! Lo è per me, almeno. Bando alla ciance. Benvenuto, benvenuta, in questo bluogo, chiunque tu sia.

 
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