Mic.

pensieri, nel vento,
di Michele Isman

[m.isman@agora.it]

giovedì, febbraio 27, 2003
Pensiero inutile sul TEMPO REMOTO

Lo sappiamo tutti, Alberto Sordi è morto.
Stamattina, funerali solenni a San Giovanni in Laterano.
E' un segno che il tempo passa, che la vita passa, che siamo negli anni duemila e che l'Italia della mia infanzia, l'Italia in bianco e nero, delle scarpe ortopediche, l'Italia delle modeste seicento azzurrine, delle Vespe e delle ruggenti Giulia color amaranto, è remota. Resiste ancora (incredibilmente) Mike Bongiorno, e ben pochi altri simboli, di quel tempo che non è più.
Lo stesso Andreotti, ormai un vecchio, è mafioso e assassino (anche ufficialmente intendo), e dunque è remoto lui pure.


 
venerdì, febbraio 21, 2003
048

'048' è stampato in corpo 4, 4 e mezzo al massimo, così minuscolo che io lo leggo proprio perché ci vedo bene.
Si tratta di un codice che sostituisce la generica, misteriosa, paurosa locuzione 'malattie neoplastiche' sul 'Tesserino di esenzione dal Ticket per Patologia' della Regione Lazio.
Dovendo sottopormi, io, a controlli medici di routine in seguito a una malattia di quel tipo sofferta cinque anni fa ed essendo il mio tesserino scaduto da qualche settimana, ieri sono andato all'apposito ufficio della ASL di zona per il consueto rinnovo annuale.
Dovrebbe essere l'ultima volta – penso con un certo sollievo mentre aspetto il mio turno fuori della stanza 15 al primo piano. So infatti che, per la mia patologia che per la cronaca è (stato) un 'linfoma non-Hodgkin a grandi cellule di tipo B ad alto grado di differenziazione', al compimento del quinto anno 'OT' (Off Therapy = finita la terapia), i dottori ti danno una gran pacca sulla spalla (felici pure loro, immagino, di poterlo fare...), e ti dicono che sei 'guarito'; e che è ora di tagliarlo, quel cordone ombelicale che ti ha tenuto legato all'ospedale durante la malattia e poi lungo questi cinque anni per le ripetute visite di controllo ed esami clinici vari.
Logicamente io dovrei essere in possesso di un certificato che attesta che sono o sono stato affetto in tempi recenti da tale patologia, firmato dal medico e timbrato dalla Clinica Ematologica del Policlinico Umberto I di Roma, il centro presso il quale sono stato curato, e salvato.
L'anno scorso ce l'avevo, logicamente, come gli anni precedenti, ma l'impiegata molto gentilmente mi aveva detto che non serviva. – Boh!? – Sicché quest'anno 'c'ho provato': mi sono risparmiato una probabile mattinata spesa in fila per procurarmi il certificato e mi sono rivolto direttamente alla stanza 15 al primo piano, sperando che andasse come l'anno scorso.
E infatti così è stato: – buongiorno, vorrei rinnovare il mio tesserino...
E sì che, credetemi, l'aspetto dell'ammalato di cancro proprio non ce l'ho (più, da molto tempo)!
Bum-bum, timbro; bum-bum, altro timbro; tlutlunck, terzo timbro (autoinchiostrante); due scarabocchi per firma: tesserino rinnovato fino al... 20 febbraio 2013? – Scusi, guardi che si dev'essere spostato il timbro-datario. – No no, è giusto così: le regole sono cambiate, adesso si rinnova direttamente per dieci anni.
Gasp. Primo, devo essere sincero, lì per lì non mi ha fatto piacerissimo che il mio nome sia associato al codice 048 fino al 2013...
Secondo, maccheccazz! Quale cavolo di senso ha che io, che sono sano quasi come un pesce sano, debba poter usufruire dell'esenzione totale da ogni ticket sanitario possibile, per i prossimi dieci anni, senza motivo, A GRATIS?
Fossimo diventati la Svezia? O, magari, Cuba? E sì che il governatore della Regione Lazio St orace, al quartiere Trionfale se lo ricordano ancora come un teppistello pericoloso, infaticabile picchiatore di 'compagni'...



 
martedì, febbraio 18, 2003
WAS ES IST.

E' assurdo
dice la ragione
E' quel che è
dice l'amore

E' infelicità
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
E' vano
dice il giudizio
E' quel che è
dice l'amore

E' ridicolo
dice l'orgoglio
E' avventato
dice la prudenza
E' impossibile
dice l'esperienza
E' quel che è
dice l'amore

Erich Fried (Vienna, 1921 - Baden Baden, 1988), E' quel che è - poesie d'amore di paura di collera, Giulio Einaudi Editore, Collezione di poesia
Traduzione di Andrea Casalegno


 
sabato, febbraio 15, 2003
PACE.

Sono molto stanco, perché andare in corteo stanca un sacco, ma non voglio andare a dormire prima di aver detto, qui, che tante facce belle messe assieme io non le avevo viste mai.
C'era di tutto, davvero di tutto: un sindaco con barba grigia e fascia tricolore che passando ha sorriso alla mia Giulia e poi a me, cani imbandierati di arcobaleno, canne da pesca (ne ho viste diverse) usate a mo' di asta per bandiere, cappelli da alpino; Attak aveva messo assieme una banda di percussioni, solo percussioni ma di tutti i tipi, che saranno stati forse più di cento elementi: roba da pelle d'oca; e poi trampolieri, moto d'epoca, carri allegorici, musica, bambini, anziani, biciclette, facce, accenti e parlate dal Veneto alla Sardegna...
Se eravamo tre milioni o due o quattro chissenefrega. Roma oggi era meravigliosa, e in me resta la consapevolezza che esiste, questo bel popolo. Esiste.
Alla fine eravamo tutti un po' cotti e mio figlio Nico (anni 6), il quale è un piccolo filosofo, ha detto che lui vuole la pace, così non dobbiamo più andare a una manifestazione per la pace.
Che pace sia.
Buona notte.


 
venerdì, febbraio 14, 2003
GUILLAUME PAOLI
E I DISOCCUPATI FELICI.

Ho letto una, se posso chiamarla così, testimonianza, scritta da Luigi (il cognome non c'era) sul forum di Antonio Tombolini, che mi è parsa molto interessante. E' lunghetta, ma vale secondo me il tempo speso. La trovate qui:

http://www.antoniotombolini.it/cgi-bin/500/general.pl?read=5302

Trattandosi di un forum, ne è seguita prevedibilmente una mezza rissa, alla quale ho preso parte anch'io, con entusiasmo. Se volete, ecco i link (alle ore 12 di venerdì 14 febbraio):

Francesca: http://www.antoniotombolini.it/cgi-bin/500/general.pl?read=5304

Mic.: http://www.antoniotombolini.it/cgi-bin/500/general.pl?read=5311

Bacco: http://www.antoniotombolini.it/cgi-bin/500/general.pl?read=5312

Mic.: http://www.antoniotombolini.it/cgi-bin/500/general.pl?read=5314

Buona lettura.


 
giovedì, febbraio 13, 2003
ARRAMPICATA LIBERA.

Per chi fosse interessato a frequentare un buon corso di arrampicata su roccia (livello principianti) con base a Roma, nella prossima primavera, i miei amichetti de 'La Croce del Sud', scuola di alpinismo del CAI di Roma, ne organizzano uno.
E' un'esperienza bellissima in sé - e, state tranquilli, anche sicura - pure per chi non pensa affatto di voler trasformarsi in un Manolo o in un Reinhold Messner...

Il CAI (Club Alpino Italiano) sezione di Roma, in teoria c'ha pure un sito web, anzi ne ha un paio, diversi, entrambi disponibili online (uno vecchio e uno, forse, no), ma non li segnalo perché in ogni caso nessuno dei due è aggiornato (ecco una bella dimostrazione del perché a volte può essere molto meglio NON avere un sito web...).
Se vi servono notizie, scrivete o telefonate a me. Ghe pensi mi. Soltanto, in caso, fatelo al più presto.


 
NO ALLA GUERRA.

Aderisco all'iniziativa di Michele Marziani ( http://radio.weblogs.com/0108104 ): anche questo blog sostiene la MANIFESTAZIONE CONTRO LA GUERRA ALL'IRAQ, che si svolgerà a Roma dopodomani, sabato 15 febbraio.
Io ci andrò, con Giulia e Nico, i miei figli, Susanna la loro mamma, e un po' di amici con bimbi e senza.
A che serve che un blog sostenga qualcosa? – si chiede Michele M.
Forse non serve a niente, forse serve a far circolare le idee. Magari anche altri blog possono schierarsi altrettanto spudoratamente, magari è un modo di manifestare anche nella rete – si risponde.
E a chi gli 'controbatte' che sono soltanto parole, e che le parole non servono a niente, Michele risponde che sono l'unica arma che lui ha, e allora le usa.
Lo faccio anch'io, davvero senza molte speranze che questo serva 'a qualcosa', così come non ho speranza che il mio manifestare dopodomani possa fermare una guerra che fra l'altro è pianificata da tempo.
Però lo faccio, il blog e la manifestazione: e tanto, almeno, è 'già' di più che non fare nulla. Se non ad altri, almeno servirà a me.
Comunicazione di servizio: se qualcuno che legge ha voglia di andare alla manifestazione e abita lontano da Roma, fra città e dintorni posso rimediare diversi posti letto, più eventuali posti saccoapelo. Info ai numeri 380,5104878 – 0761,600436 – 06,58233657, o per e-mail.


 
mercoledì, febbraio 12, 2003
La lluna diu cada nit:
"es mor la mar lentament"

el sol respons als matins:
"el foc avança roent
per les muntanyes que veig".

Molti anni fa il mio amico Daniele mi raccontava di sua madre, algherese, la quale trovandosi in viaggio a Barcellona faceva lo shopping rivolgendosi ai bottegai locali nel suo, di lei, dialetto (sì, proprio nel dialetto di Alghero), perfettamente compresa. Soltanto qualcuno le domandò qualcosa come – ma lei, scusi, da dove viene? – Il suo catalano doveva suonare un po' strano...

Sto ascoltando, con gusto, un gran bel CD: uno dei pochi, fra tanti che ne ho, a cui sono davvero affezionato.
Elena Ledda, 'Mare Mannu'.
Il brano che forse è il più interessante di tutti (oltre che il più bello, per me) è una canzone in lingua catalana intitolata 'Des de Mallorca a l'Alguer' ('da Maiorca ad Alghero'). E' in catalano per un motivo, molto bello, molto semplice: ad Alghero (SS) la lingua catalana e il dialetto locale sono la stessa cosa.
Ecco perché la mamma di Daniele in viaggio a Barcellona parlava in algherese. Non in sardo, in algherese: tutt'altra storia.

Elena Ledda ha una voce da brivido; per di più in questo disco è accompagnata, fra gli altri, dal bravissimo Riccardo Tesi, all'organetto. Cretedemi, la canzone cantata e suonata è molto più bella, ma sono belle anche le parole 'da sole', che sono di A. Garcia, e che ricopio qui di seguito.

Des de Mallorca a l'Alguer
els mocador dels vaixells.
van saludant-se a ponent.
les oliveres al vent,
antiga boira de cel
fent papallones de verds.

Des de Mallorca a l'Alguer
la lluna diu cada nit:
"es mor la mar lentament"
el sol respons als matins:
"el foc avança roent
per les muntanyes que veig".

Vella remor de la mar
les illes s'hi van gronxant
i avui s'agafen les mans
des de Mallorca a l'Alguer
Els mots que canta la gent,
vives paraules que entenc
que tots parlan els mateix.


Da Maiorca ad Alghero
le vele dei vascelli
si salutano a ponente.
Gli ulivi al vento,
antica nebbia del cielo
disegnano farfalle.

Da Maiorca ad Alghero
la luna dice tutte le notti:
"il mare muore lentamente"
il sole le risponde al mattino:
"il fuoco avanza bruciando
le montagne che vedo".

Antico canto del mare
Dove si mischiano le isole
e si tendono le mani
Da Maiorca ad Alghero
i versi che canta la gente
sono parole che comprendo
tutti parliamo la stessa lingua.


(Oggi Daniele governa il suo vascello, che è un gran bel vascello, pieno di vele bianche. Potete vederlo al sito www.matildacharter.com e farci un giro quando vi pare, basta cercarlo al porto turistico di Villasimius - CA)


 
La lluna diu cada nit:
"es mor la mar lentalment"

el sol respons als matins:
"el foc avança roent
per les muntanyes que veig".

Molti anni fa il mio amico Daniele mi raccontava di sua madre, algherese, la quale trovandosi in viaggio a Barcellona faceva lo shopping rivolgendosi ai bottegai locali nel suo dialetto (proprio nel dialetto di Alghero), perfettamente compresa. Soltanto qualcuno le domandò qualcosa come – ma lei, scusi, da dove viene? – Il suo catalano doveva suonare un po' strano...

Sto ascoltando, con gusto, un gran bel CD: uno dei pochi, fra tanti che ne ho, a cui sono davvero affezionato.
Elena Ledda, 'Mare Mannu'.
Il brano che forse è il più interessante di tutti (oltre che il più bello, per me) è una canzone in lingua catalana intitolata 'Des de Mallorca a l'Alguer' ('da Maiorca ad Alghero'). E' in catalano per un motivo, molto bello, molto semplice: ad Alghero (SS) la lingua catalana e il dialetto locale sono la stessa cosa.
Ecco perché la mamma di Daniele in viaggio a Barcellona parlava in algherese. Non in sardo, in algherese: tutt'altra storia.

Elena Ledda ha una voce da brivido; per di più in questo disco è accompagnata, fra gli altri, dal bravissimo Riccardo Tesi, all'organetto. Cretedemi, la canzone cantata e suonata è molto più bella, ma sono belle anche le parole 'da sole', che sono di A. Garcia, e che ricopio qui di seguito.

Des de Mallorca a l'Alguer
els mocador dels vaixells.
van saludant-se a ponent.
les oliveres al vent,
antiga boira de cel
fent papallones de verds.

Des de Mallorca a l'Alguer
la lluna diu cada nit:
"es mor la mar lentalment"
el sol respons als matins:
"el foc avança roent
per les muntanyes que veig".

Vella remor de la mar
les illes s'hi van gronxant
i avui s'agafen les mans
des de Mallorca a l'Alguer
Els mots que canta la gent,
vives paraules que entenc
que tots parlan els mateix.


Da Maiorca ad Alghero
le vele dei vascelli
si salutano a ponente.
Gli ulivi al vento,
antica nebbia del cielo
disegnano farfalle.

Da Maiorca ad Alghero
la luna dice tutte le notti:
"il mare muore lentamente"
il sole le risponde al mattino:
"il fuoco avanza bruciando
le montagne che vedo".

Antico canto del mare
Dove si mischiano le isole
e si tendono le mani
Da Maiorca ad Alghero
i versi che canta la gente
sono parole che comprendo
tutti parliamo la stessa lingua.
Vella remor de la mar
les illes s'hi van gronxant
i avui s'agafen les mans

Tempo fa il mio amico Daniele mi raccontava di sua madre, algherese, la quale trovandosi in viaggio a Barcellona faceva lo shopping rivolgendosi ai bottegai locali in dialetto algherese, perfettamente compresa. Soltanto qualcuno le domandò, 'ma lei, scusi, da dove viene?' Il suo catalano doveva suonare un po' strano...

Sto ascoltando, con gusto, un gran bel CD. Uno dei pochi, fra tanti che ne ho, a cui sono davvero affezionato.
Elena Ledda, 'Mare Mannu'.
Il brano che forse è il più interessante di tutti (oltre che il più bello, per me) è una canzone in lingua catalana intitolata 'Des de Mallorca a l'Alguer', 'da Maiorca ad Alghero'. E' in catalano per un motivo, molto bello, molto semplice: ad Alghero (SS) la lingua catalana e il dialetto locale sono la stessa cosa.
Ecco perché la mamma di Daniele in viaggio a Barcellona parlava in algherese. Non in sardo, in algherese: tutt'altra lingua.

Elena Ledda ha una voce da brivido; per di più in questo disco è accompagnata, fra gli altri, dal bravissimo Riccardo Tesi, all'organetto. Cretedemi, la canzone cantata e suonata è molto più bella, ma sono belle anche le parole 'da sole', che sono di A. Garcia e che ricopio qui di seguito.

Des de Mallorca a l'Alguer
els mocador dels vaixells.
van saludant-se a ponent.
les oliveres al vent,
antiga boira de cel
fent papallones de verds.

Des de Mallorca a l'Alguer
la lluna diu cada nit:
"es mor la mar lentalment"
el sol respons als matins:
"el foc avança roent
per les muntanyes que veig".

Vella remor de la mar
les illes s'hi van gronxant
i avui s'agafen les mans
des de Mallorca a l'Alguer
Els mots que canta la gent,
vives paraules que entenc
que tots parlan els mateix.


Da Maiorca ad Alghero
le vele dei vascelli
si salutano a ponente.
Gli ulivi al vento,
antica nebbia del cielo
disegnano farfalle.

Da Maiorca ad Alghero
la luna dice tutte le notti:
"il mare muore lentamente"
il sole le risponde al mattino:
"il fuoco avanza bruciando
le montagne che vedo".

Antico canto del mare
Dove si mischiano le isole
e si tendono le mani
Da Maiorca ad Alghero
i versi che canta la gente
sono parole che comprendo
tutti parliamo la stessa lingua.


(Oggi Daniele governa il suo vascello, che è un gran bel vascello, pieno di vele bianche. Potete vederlo al sito www.matildacharter.com e farci un giro quando vi pare, basta cercarlo al porto turistico di Villasimius - CA)


 
Vella remor de la mar
les illes s'hi van gronxant
i avui s'agafen les mans

Molti anni fa il mio amico Daniele mi raccontava di sua madre, algherese, la quale trovandosi in viaggio a Barcellona faceva lo shopping rivolgendosi ai bottegai locali nel suo dialetto (proprio nel dialetto di Alghero), perfettamente compresa. Soltanto qualcuno le domandò qualcosa come – ma lei, scusi, da dove viene? – Il suo catalano doveva suonare un po' strano...

Sto ascoltando, con gusto, un gran bel CD: uno dei pochi, fra tanti che ne ho, a cui sono davvero affezionato.
Elena Ledda, 'Mare Mannu'.
Il brano che forse è il più interessante di tutti (oltre che il più bello, per me) è una canzone in lingua catalana intitolata 'Des de Mallorca a l'Alguer' ('da Maiorca ad Alghero'). E' in catalano per un motivo, molto bello, molto semplice: ad Alghero (SS) la lingua catalana e il dialetto locale sono la stessa cosa.
Ecco perché la mamma di Daniele in viaggio a Barcellona parlava in algherese. Non in sardo, in algherese: tutt'altra storia.

Elena Ledda ha una voce da brivido; per di più in questo disco è accompagnata, fra gli altri, dal bravissimo Riccardo Tesi, all'organetto. Cretedemi, la canzone cantata e suonata è molto più bella, ma sono belle anche le parole 'da sole', che sono di A. Garcia, e che ricopio qui di seguito.

Des de Mallorca a l'Alguer
els mocador dels vaixells.
van saludant-se a ponent.
les oliveres al vent,
antiga boira de cel
fent papallones de verds.

Des de Mallorca a l'Alguer
la lluna diu cada nit:
"es mor la mar lentalment"
el sol respons als matins:
"el foc avança roent
per les muntanyes que veig".

Vella remor de la mar
les illes s'hi van gronxant
i avui s'agafen les mans
des de Mallorca a l'Alguer
Els mots que canta la gent,
vives paraules que entenc
que tots parlan els mateix.


Da Maiorca ad Alghero
le vele dei vascelli
si salutano a ponente.
Gli ulivi al vento,
antica nebbia del cielo
disegnano farfalle.

Da Maiorca ad Alghero
la luna dice tutte le notti:
"il mare muore lentamente"
il sole le risponde al mattino:
"il fuoco avanza bruciando
le montagne che vedo".

Antico canto del mare
Dove si mischiano le isole
e si tendono le mani
Da Maiorca ad Alghero
i versi che canta la gente
sono parole che comprendo
tutti parliamo la stessa lingua.
Vella remor de la mar
les illes s'hi van gronxant
i avui s'agafen les mans

Tempo fa il mio amico Daniele mi raccontava di sua madre, algherese, la quale trovandosi in viaggio a Barcellona faceva lo shopping rivolgendosi ai bottegai locali in dialetto algherese, perfettamente compresa. Soltanto qualcuno le domandò, 'ma lei, scusi, da dove viene?' Il suo catalano doveva suonare un po' strano...

Sto ascoltando, con gusto, un gran bel CD. Uno dei pochi, fra tanti che ne ho, a cui sono davvero affezionato.
Elena Ledda, 'Mare Mannu'.
Il brano che forse è il più interessante di tutti (oltre che il più bello, per me) è una canzone in lingua catalana intitolata 'Des de Mallorca a l'Alguer', 'da Maiorca ad Alghero'. E' in catalano per un motivo, molto bello, molto semplice: ad Alghero (SS) la lingua catalana e il dialetto locale sono la stessa cosa.
Ecco perché la mamma di Daniele in viaggio a Barcellona parlava in algherese. Non in sardo, in algherese: tutt'altra lingua.

Elena Ledda ha una voce da brivido; per di più in questo disco è accompagnata, fra gli altri, dal bravissimo Riccardo Tesi, all'organetto. Cretedemi, la canzone cantata e suonata è molto più bella, ma sono belle anche le parole 'da sole', che sono di A. Garcia e che ricopio qui di seguito.

Des de Mallorca a l'Alguer
els mocador dels vaixells.
van saludant-se a ponent.
les oliveres al vent,
antiga boira de cel
fent papallones de verds.

Des de Mallorca a l'Alguer
la lluna diu cada nit:
"es mor la mar lentalment"
el sol respons als matins:
"el foc avança roent
per les muntanyes que veig".

Vella remor de la mar
les illes s'hi van gronxant
i avui s'agafen les mans
des de Mallorca a l'Alguer
Els mots que canta la gent,
vives paraules que entenc
que tots parlan els mateix.


Da Maiorca ad Alghero
le vele dei vascelli
si salutano a ponente.
Gli ulivi al vento,
antica nebbia del cielo
disegnano farfalle.

Da Maiorca ad Alghero
la luna dice tutte le notti:
"il mare muore lentamente"
il sole le risponde al mattino:
"il fuoco avanza bruciando
le montagne che vedo".

Antico canto del mare
Dove si mischiano le isole
e si tendono le mani
Da Maiorca ad Alghero
i versi che canta la gente
sono parole che comprendo
tutti parliamo la stessa lingua.


(Oggi Daniele governa il suo vascello, che è un gran bel vascello, pieno di vele bianche. Potete vederlo al sito www.matildacharter.com e farci un giro quando vi pare, basta cercarlo al porto turistico di Villasimius - CA)


 
lunedì, febbraio 10, 2003
Blog chiuso per sciopero generale
delle vertebre lombari.


 
domenica, febbraio 09, 2003
LA BARCA PULITA.

La Barca pulita è una spedizione a vela italiana attorno al mondo. La barca in senso stretto è una bella goletta di 15 metri, equipaggiata con tecnologie pulite. 
Sono (soprattutto) in due a condurla: Elisabetta (Lizzi) Eordegh e Carlo Auriemma, due signori non più giovanissimi che quindici anni fa hanno realizzato un loro sogno, quello di un giro del mondo a vela. Avevano programmato di impiegarci due anni - un periodo sabbatico per poi ritornare a fare il lavoro di sempre - e invece sono ancora lì, a documentare le ultime realtà naturali del pianeta Terra.
In quindici anni di navigazione sono andati a cercare in mezzo agli oceani i luoghi meno conosciuti, dove è più difficile arrivare; hanno incontrato le balene, nuotato con gli squali, vissuto con popoli primitivi e gentili, trascorso mesi su isole deserte.
Quello che scoprono nel mondo, Carlo e Lizzi lo raccontano scrivendo libri (io ho letto 'Mar d'Africa', che è proprio un bel libro), realizzando filmati per la televisione, e anche in un sito - www.barcapulita.org - in cui fra l'altro si possono acquistare i libri, e i filmati in videocassetta. C'è pure una sezione 'artigianato dal mondo' dove sono in vendita dei bellissimi manufatti polinesiani...

Il motivo per il quale faccio oggi questa 'pubblicità' (fra virgolette perché è un'iniziativa del tutto unilaterale, ovviamente gratuita, e anzi loro non lo sanno neppure), è che visitando il sito ieri sera vi ho trovato un appello dal titolo 'Guerra, Grazie no!'.
"Scusate, non c'entra con Barcapulita, ma era importante dirlo", concludono Lizzi e Carlo. Io però non sono tanto d'accordo, che non c'entra: perché Barca Pulita è, molto modestamente, quasi direi... in silenzio, un esempio concreto (uno dei tanti possibili si intende) di come forse si potrebbe stare al mondo, noi gente del 'primo', mondo, INVECE di andare a fare (o far fare ad altri, che è quasi lo stesso) orribili guerre finte-sante con l'unico fine, in realtà, di accaparrarci con la forza il petrolio di cui abbiamo bisogno per continuare ad esistere come esistiamo, in una spirale perversa e ingiusta, oltre che 'insostenibile'.
Capiamoci, non sto dicendo che tutti quanti da domani dobbiamo metterci a incrociare a vela per il Pacifico. Io ne faccio, per dirla così, una questione di 'filosofia'.
E, a me, la filosofia che alimenta la Barca Pulita, piace molto.


 
Una vita che va, un'altra che viene.

La scorsa notte è nato Tommaso Isman, terzogenito di mio fratello Umberto (uisman@tin.it) e di sua moglie Lorenza (la sua e-mail non la so ma comunque immagino che abbia altro da fare e da pensare, in questi giorni, che leggere la posta).

Benvenuto al mondo, Tommaso!


 
(Soltanto un piccolo pensiero, nel vento,
pensato alle cinque del mattino
ascoltando, piano piano, Mozart
con una lacrima)

Ciao, caro Bruno.



 
venerdì, febbraio 07, 2003
GRAFICA di stato.

L'immagine grafica dello stato e in generale delle robe statali, se non altro, è stata sempre coerente con la qualità effettiva di ciò a cui fungeva da 'faccia'. Ha sempre fatto abbastanza schifo.
Nessuna cura, nessun interesse, nessuno sforzo (= nessuna cultura), in questo senso.
Che io ricordi, ho visto soltanto loghi, manifesti, opuscoli mediamente orribili, ingenui, mal disegnati (e mal scritti); a volte davvero inguardabili (e illeggibili).
Il tutto probabilmente è, di volta in volta e del tutto a caso, frutto della fantasia e dell'intraprendenza di questo o di quel funzionario/a della scuola Adesghepensimì il/la quale, improvvisandosi designer, senza saperlo si rende responsabile della 'faccia dello stato', e della figura, bella (quasi mai), brutta (spesso), ridicola (quasi sempre), del suo ente o ministero o cos'altro.

Non son capace di pubblicare il link che ci fai clic sopra e parte da solo il collegamento, perciò scrivo qui di seguito l'indirizzo - chi vorrà lo dovrà copiare e incollare al posto giusto - del MIT, Ministero per l'innovazione e le tecnologie - Centri Regionali di Competenza. Ecco l'indirizzo:
http://www.crcitalia.it/

In alto a destra si può vedere uno stemma della repubblica italiana inscritto in una specie di serpentello che, probabilmente, vorrebbe ricordare la forma della @ (at). Mi pare che si tratti del logo della newsletter.
Il geniale designer ha pensato di far originare il serpentello dal cartiglio di destra (quello che nello stemma contiene la scritta 'ITALIANA', come se ne fosse un prolungamento. Tralasciando ogni valutazione 'teorica' (e ci sarebbe da farne), il tutto comunque risulta davvero mal fatto: il cartiglio è piatto mentre il serpentello è cilindrico, gli spessori non coincidono, e neppure le inclinazioni, coincidono, né si raccordano in alcun modo 'sensato'; il serpentello come già detto inscrive la repubblica con la sua forma spiraliforme: ma non lo è, proprio spiraliforme. Io lo so il perché: perché coi programmi di grafica non è mica facile disegnarla, una spirale. E una spirale a serpentello poi... Sicché la distanza fra lo stesso serpentello e lo stemma della repubblica al centro, è assolutamente non costante, non coerente...
Morale, una vera porcheria.

Ma insomma, io mi chiedo, proprio nel paese di Leonardo e Michelangelo e Piero della Francesca (e di tanti altri), proprio qui, dobbiamo avere la grafica di stato più PENOSA al mondo?
Pensavo che almeno questo governo aziendale, fra le grandi trovate che va accumulando l'una sull'altra in politica, almeno avrebbe dato una risistemata alla faccia dello stato: alla grafica.
E in effetti - l'avete notato? - da un po' quando parla il berlusca in tivvù c'ha dietro un pataccone identico a quello di Bush ma con scritto 'Palazzo Chigi' invece che 'The White House'...
Il resto, continua a essere coerente con il contenuto che deve rappresentare, temo.
Ma forse poi è anche meglio.


 
giovedì, febbraio 06, 2003
INSTANTES

Si pudiera vivir nuevamente mi vida.
En la próxima trataría de cometer más errores.
No intentaría ser tan perfecto, me relajaría más.
Sería más tonto de lo que he sido,
de hecho tomaría muy pocas cosas con seriedad.
Sería menos higiénico.

Correría más riesgos,
haría más viajes,
contemplaría más atardeceres,
subiría más montañas,
nadaría más ríos.

Iría a más lugares adonde nunca he ido,
comería más helados y menos habas,
tendría más problemas reales y menos imaginarios.

Yo fuí una de esas personas que vivió sensata
y prolíficamente cada minuto de su vida;
claro que tuve momentos de alegría.

Pero si pudiera volver atrás trataría
de tener solamente buenos momentos.
Por si no lo saben, de eso está hecha la vida,
sólo de momentos; no te pierdas el ahora.

Yo era uno de esos que nunca
iban a ninguna parte sin un termómetro,
una bolsa de agua caliente,
un paraguas y un paracaídas;
si pudiera volver a vivir, viajaría más liviano.

Si pudiera volver a vivir
comenzaría a andar descalzo a principios
de la primavera
y seguiría descalzo hasta concluir el otoño.

Daría más vueltas en calesita,
contemplaría más amaneceres,
y jugaría con más niños,
si tuviera otra vez la vida por delante.

Pero ya ven, tengo 85 años y sé que me estoy muriendo.


ISTANTI

Se potessi vivere di nuovo la mia vita.
Nella prossima cercherei di commettere più errori.
Non cercherei di essere così perfetto, mi rilasserei di più.
Sarei più sciocco di quanto non lo sia già stato,
di fatto prenderei ben poche cose sul serio.
Sarei meno igenico.

Correrei più rischi,
farei più viaggi,
contemplerei più tramonti,
salirei più montagne,
nuoterei in più fiumi.

Andrei in più luoghi dove mai sono stato,
mangerei più gelati e meno fave,
avrei più problemi reali, e meno problemi immaginari.

Io fui uno di quelli che vissero ogni minuto
della loro vita sensati e con profitto;
certo che mi sono preso qualche momento di allegria.

Ma se potessi tornare indietro, cercherei
di avere soltanto momenti buoni.
Chè, se non lo sapete, di questo è fatta la vita,
di momenti: non perdere l'adesso.

Io ero uno di quelli che mai
andavano da nessuna parte senza un termometro,
una borsa dell'acqua calda,
un ombrello e un paracadute;
se potessi tornare a vivere, vivrei più leggero.

Se potessi tornare a vivere
comincerei ad andare scalzo all'inizio
della primavera
e resterei scalzo fino alla fine dell'autunno.

Farei più giri in calesse,
guarderei più albe,
e giocherei con più bambini,
se mi trovassi di nuovo la vita davanti.

Ma vedete, ho 85 anni e so che sto morendo.


Avevo perduto questa bellissima poesia di Jorge Luis Borges, scrittore e poeta argentino (1899 - 1986), nell'incidente informatico di novembre insieme a qualche altro miliardo di byte.
L'ho ritrovata stamattina grazie alla magia delle rete e la dedico a tutti voi che mi leggete.
(La traduzione, che a dire la verità non mi piace, e forse anche gli errori, che non correggo, sono di Walter Aprile.)
Qui fuori c'è appena stata un'alba meravigliosa e gelata. E qui dentro c'è una fantastica stufa piena di braci e di fiamme scoppiettanti, a riscaldare e a profumare tutto quanto, me incluso, di speck.
Auguro a me stesso e a tutti voi che mi leggete, di arrivare a ottantacinque anni con meno rimpianto del vecchio Jorge Luis.
Non avrebbe scritto questa poesia, che è tanto bella, se non avesse avuto il rimpianto. Già... Ma ne avrebbe scritte delle altre, magari persino più belle.
Buon giorno. Mic.


 
mercoledì, febbraio 05, 2003
TABU'

Tabù è una parola importata nell'italiano dal francese, che i francesi a loro volta hanno preso in prestito dai polinesiani loro sottomessi.
TAPU in polinesiano (... ma esisterà poi 'una' lingua polinesiana?) significa 'sacro', 'interdetto': insomma tapu è ciò che non può essere, ciò che è male, ciò che proprio non va fatto per nessuna ragione perché è il dio che lo proibisce. Punto.
E' il 'no' dogmatico. In una parola, tabù.

E' bellissimo vedere persone di 'altri mondi' vivere la loro esistenza elementare in pace e in serenità, coi loro tabù e le loro credenze, siano esse religiose o superstiziose, spesso le due mescolate assieme; persone che vivono in perfetta armonia e in equilibrio con la natura della loro terra. In un tutt'uno inscindibile.
Persone così ne ho viste alcune con i miei occhi, ho avuto questa fortuna, nei miei rari viaggi.
E' una vita in un altro tempo, la loro; altro dal nostro, gli anni duemila nell'Europa occidentale. Un altro oggi. Loro stessi, sembrano essere uomini diversi, altri da come siamo noi.

E sono meglio o peggio, 'loro', di 'noi'?
Io non so rispondere. Non so giudicare. Non credo che ci sia un meglio e un peggio. Sono diversi e basta. Io so che non potrei essere come sono 'loro'. E viceversa, credo che 'loro' non potrebbero essere come 'noi' siamo.

Da una parte provo invidia, invidio cioè alcune cose (mica cose banali!) a chi vive un'esistenza elementare in un altro oggi: invidio la pace interiore che si indovina negli sguardi, la bellezza dei luoghi (basta confrontare qualsiasi luogo 'naturale' con le orribili città prigione di questo oggi qua); invidio l'esistenza vissuta in armonia assoluta con la natura; invidio la 'facilità' delle scelte esistenziali. Mi sembra, il tutto, più umano delle 'nostre' vite spese rinchiusi in orribili uffici a fare cose che non c'entrano nulla, quasi sempre, con chi siamo noi, o in automobile a bruciar petrolio che non ce n'è (e bisogna fare le guerre per accaparrarselo) e che poi tanto ci fa morire di cancro.

Dall'atra parte non vorrei essere uno di 'loro', non credo di voler né soprattutto di poter vivere nel medio evo, non posso credere a un dio che non è, semmai, il 'mio' (ammesso che io ne abbia uno, e non ce l'ho), non posso obbedire a credenze che sospetto essere, diciamo così, delle stupidaggini. Non ammetto il tabù, io. Non posso proprio.

E' come ascoltare una nota stonata, che stride e fa aggrottare le ciglia, vedere un nomade Kampa tibetano guidare una jeep Toyota con targa cinese e guardare le telenovelas indiane alla televisione.
La stessa nota stonata, stonatissima, stridente, io la sento quando mi trovo a scontrarmi, non in Tibet, non in Polinesia ma in Italia nell'anno 2003, con il TABU'.

I tabù io li ho considerati sempre una cosa brutta, una cosa sbagliata, e da molti anni - molti, molti anni - li prendo a fucilate non appena ne vedo uno nascosto da qualche parte in me. Questo, lo so, non significa che ora ne sia immune. E' una partita a scacchi che terminerà il giorno in cui morirò, credo. Mi sento però di affermare che il mio 'cammino' va in direzioni che non sono, tendenzialmente, quelle indicate dai tabù: almeno, quelli che fin'ora ho riconosciuto e impallinato.

Sicché quando incontro il tabù, nel quotidiano interagire con persone di questo oggi qua, persone che reputo intelligenti (magari molto più di me), colte (e io non lo sono), oneste - in senso lato - come cerco di essere io, sento proprio quella nota stonata che mi fa aggrottare le ciglia. E non capisco. Mi pare che di fronte al tabù i cervelli vadano in bomba (come fanno i computer Macintosh quando non capiscono più niente': si bloccano di colpo e mostrano una piccola bomba al centro dello schermo).
Non c'è intelligenza, non c'è cultura, non c'è onestà che tenga. Il tabù vince sempre.

Però io non capisco. Giuro, non capisco.
Mi vien di pensare che allora, in fondo, in questo oggi e negli altri oggi del mondo, siamo tutti uomini uguali, che dei tabù abbiamo bisogno come dell'aria, e che così sia.
E' un bene? E' un male?
Io non sono più sicuro di niente.

E mi chiedo: sto forse sbagliando tutto, allora?


 
TABU'

Tabù è una parola importata nell'italiano dal francese, che i francesi a loro volta hanno preso in prestito dai polinesiani loro sottomessi.
TAPU in polinesiano (... ma esisterà poi 'una' lingua polinesiana?) significa 'sacro', 'interdetto': insomma tapu è ciò che non può essere, ciò che è male, ciò che proprio non va fatto per nessuna ragione perché è il dio che lo proibisce. Punto. E' il 'no' dogmatico. In una parola, tabù.

E' bellissimo vedere persone di 'altri mondi' vivere la loro esistenza elementare in pace e in serenità, coi loro tabù e le loro credenze, siano esse religiose o superstiziose, spesso le due mescolate assieme; persone che vivono in perfetta armonia e in equilibrio con la natura della loro terra. In un tutt'uno inscindibile.
Persone così ne ho viste alcune con i miei occhi, ho avuto questa fortuna, nei miei rari viaggi.
E' una vita in un altro tempo, la loro; altro dal nostro, gli anni duemila nell'Europa occidentale. Un altro oggi. Loro stessi, sembrano essere uomini diversi, altri da come siamo noi.

E sono meglio o peggio, 'loro', di 'noi'?
Io non so rispondere. Non so giudicare. Non credo che ci sia un meglio e un peggio. Sono diversi e basta. Io so che non potrei essere come sono 'loro'. E viceversa, credo che 'loro' non potrebbero essere come 'noi' siamo.

Da una parte provo invidia, invidio cioè alcune cose (mica cose banali!) a chi vive un'esistenza elementare in un altro oggi: invidio la pace interiore che si indovina negli sguardi, la bellezza dei luoghi (basta confrontare qualsiasi luogo 'naturale' con le orribili città prigione di questo oggi qua); invidio la loro esistenza vissuta in armonia assoluta con la natura; invidio la 'facilità' delle loro scelte esistenziali. Mi sembra, il tutto, più umano delle 'nostre' vite spese rinchiusi in orribili uffici a fare cose che non c'entrano nulla, quasi sempre, con chi siamo noi, o in automobile a bruciar petrolio che non ce n'è (e bisogna fare le guerre per accaparrarselo) e che poi tanto ci fa morire di cancro.

Dall'atra parte non vorrei essere uno di 'loro', non credo di voler né soprattutto di poter vivere nel medio evo, non posso credere a un dio che non è, semmai, il 'mio' (ammesso che io ne abbia uno, e non ce l'ho), non posso obbedire a credenze che sospetto essere, diciamo così, delle stupidaggini. Non ammetto il tabù, io. Non posso proprio.

E' come ascoltare una nota stonata, che stride e fa aggrottare le ciglia, vedere un nomade Kampa tibetano guidare una jeep Toyota con targa cinese e guardare le telenovelas indiane alla televisione.
La stessa nota stonata, stonatissima, stridente, io la sento quando mi trovo a scontrarmi, non in Tibet, non in Polinesia ma in Italia nell'anno 2003, con il TABU'.

I tabù io li ho considerati sempre una cosa brutta, una cosa sbagliata, e da molti anni - molti, molti anni - li prendo a fucilate non appena ne vedo uno nascosto da qualche parte in me. Questo, lo so, non significa che ora ne sia immune. E' una guerra continua che finirà il giorno in cui morirò, credo. Mi sento però di affermare che il mio 'cammino' va in direzioni che non sono, tendenzialmente, quelle indicate dai tabù: almeno, quelli che fin'ora ho riconosciuto e impallinato.

Sicché quando incontro il tabù nel quotidiano interagire con persone di questo oggi qua, persone che reputo intelligenti (magari molto più di me), colte (e io non lo sono), oneste - in senso lato - come cerco di essere io, sento proprio quella stessa nota stonata che mi fa aggrottare le ciglia. E non capisco. Mi pare che di fronte al tabù i cervelli vadano in bomba (come fanno i computer Macintosh quando non capiscono più niente': si bloccano di colpo e mostrano una piccola bomba al centro dello schermo).
Non c'è intelligenza, non c'è cultura, non c'è onestà che tenga. Il tabù vince sempre.

Però io non capisco. Giuro, non capisco.
Mi vien di pensare che allora, in fondo, in questo oggi e negli altri oggi del mondo, siamo tutti uomini uguali, che dei tabù abbiamo bisogno come dell'aria, e che così sia.
E' un bene? E' un male?
Io non sono più sicuro di niente.

E mi chiedo: sto forse sbagliando tutto, allora?


 
sabato, febbraio 01, 2003
CARRIERE.

Molti anni fa (molti davvero, era il 1988), di ritorno da oltre due mesi di solitario gironzolare per l'isola di Cuba, decisi che non avrei MAI PIU' lavorato in un'azienda del tipo conosciuto con la locuzione 'agenzia di pubblicità'.
Ero partito per quel viaggio dopo essermi licenziato in seguito all'ennesima scoperta di essere finito nell'ennesima tana di pescecani (diciamo così per brevità).
La parola 'licenziato' andrebbe fra virgolette perché non essendo MAI stato propriamente assunto da alcuna delle aziende alle quali 'prestai la mia opera' (che furono 3 in 4 anni), l'atto dell'autolicenziamento consisteva nell'andare dal pescecane capo e nel comunicarglielo; possibilmente ci si accordava in maniera che i tempi della cosa non danneggiassero il lavoro in corso e conseguentemente gli si scuciva qualche lira di liquidazione: tecnicamente non dovuta, quest'ultima, perché chi fa lavoro nero non ha diritti di alcun tipo; anche se bisogna dire che di solito (ma mica sempre) ti pagavano anche se stavi a casa ammalato, ti 'regalavano' qualcosa per il mese d'agosto in cui l'agenzia rimaneva chiusa e via dicendo. Ci fu persino un pescecane capo buono che dava dei soldi per Natale (una specie di mezza tredicesima). Che buono, andrà certamente in paradiso.
Ero davvero un ragazzino, allora, perdipiù dal temperamento 'gravemente insicuro' (special thanks to dad), ma imparai a fare lo stronzo pure io, ché lo sapevo benissimo che tutto ciò era (ché allora lo era...) del tutto illegale e che se fosse venuta fuori la storia col sindacato sarebbero stati dolori.
Ci fu una volta che il pescecane capo buono, furibondo, mi voleva licenziare lui con atto unilaterale ed effetto immediato, perché io (pirla) mi ero permesso di lamentarmi che così non si poteva lavorare, che lui era un gran pasticcione eccetera. Era vero, per questo si arrabbiò moltissimo, sapete come accade... Per tutta risposta io lo minacciai esplicitamente di presentarmi l'indomani al lavoro coi carabinieri. Stavo difendendo il posto di lavoro, che eroe! Il poveretto se ne andò via tutto rosso dalla rabbia e quel giorno non rientrò più in ufficio. Fu festa grande, nello stanzone dei grafici, con liberatorio lancio incrociato di oggetti vari (il preferito era il barattolone della colla Cow, aperto).
(A quel tempo per chi non lo sapesse i grafici lavoravano ancora coi colori, la colla, la carta, su grandi tavoli.)
Meno eroiche, forse, furono le mie richieste di percepire la (non prevista) liquidazione. Mi riuscì tutte e tre le volte, e senza minaccia alcuna: bastava... sottintenderla. Anzi, bastava che la sottintendessero da soli: poveri pescecani, che vita.
Insomma l'ultima volta acquistai un passaggio aereo a-r 'aperto', il più economico che c'era, per Cuba. Subaffittai la mia casetta all'amico Paolino che ne fu felicissimo, salutai tutti e partii. Viaggiai per più di trenta ore di fila, mi sembrava meraviglioso: Roma, Mosca, Shannon, Gander, L'Avana.
Scelsi Cuba perché era lontana, in senso lato, dal mondo che conscevo; perché era un luogo pieno di fascini assortititi; perché comunque vi si parlava una lingua non impossibile da imparare (e anzi, fu facile e divertentissimo), perché era un posto relativamente sicuro e io non avevo alcuna esperienza precedente, nell'arte del viaggiare. In India, ad esempio, mi sarei sentito 'perduto'. A Cuba mi pareva di no. E così fu in realtà.
Gironzolai per terra e per mare, senza programmi, senza vincoli altro che quello del denaro, ché non ne avevo molto e volevo che durasse per più tempo possibile. In teoria mi sarebbe piaciuto, pure, fermarmi da qualche parte e fare un qualche lavoro. Volevo provare a vivere, per quanto possibile, da cubano per un po' di tempo. Ma in pratica era impossibile: ero un turista e tale dovevo restare. Amen.
Un furto nella mia stanza d'albergo al quinto giorno mi liberò di una parte consistente del mio esageratissimo bagaglio. Peccato perché fra l'altro mi fregarono tutti e quaranta i rullini di diapositive che mi ero portato dall'Italia, e là non se ne trovavano. Mi vestii con abiti cubani, proprio di quelli 'da cubano'. Viaggiai con l'autobus, sui camion, coi taxi collettivi targati 'particular' (privato), coloratissimi, ricavati dalle famose auto di lusso americane degli anni '40 e '50, testimonianza fossile dei tempi prerivoluzionari. Viaggiai persino con l'aeroplano, che non costava molto e si vedevano dei gran bei panorami. Fichissmi, gli aeroplani di Cuba! Certi ferri vecchi, pure loro... E all'aeroporto era un trattore agricolo a trainarli.
Camminavo, pure, moltissimo.
Dormivo in albergo (cercando sempre il più economico e non soltanto per risparmiare), o in campeggio dove c'era, oppure ospite in casa di qualcuno quando capitava. Mangiavo, dove capitava, quello che capitava: molto riso, banane fritte, pesce, qualche volta pollo, qualche altra soltanto frutta (ma che frutta!). 'Alla peggio' cenavo un litro di ottimo latte fresco, ché quello c'è sempre e ovunque, a Cuba: ce n'è per tutti. O almeno, ce n'era allora.
(Se non fossi un po' anarchico come sto diventando man mano che invecchio, sarei un po' socialista).
Restando al cibo, la volta che scoprii che 'perro caliente' (cane caldo) era la traduzone letterale di hot dog, quasi ci restavo secco dal ridere! Ottimi peraltro, i perros calientes di Cuba.
Feci persino un trekking di diversi giorni, fra le dolci e verdissime montagne della Sierra Maestra. In paese (Providencia, così si chiamava) ero ospite nella casa modesta e graziosa del rappresentante del Poder Popular (il sindaco), il quale mi affidò a una guida che in realtà era un controllore; ma era un tipo simpatico e facemmo amicizia: Ramon detto Monguillo, autentico montanaro cubano, pochi denti, gran tracannatore di ron. Capire il suo castigliano era un gioco enigmistico.
Alla fine chiesi e ottenni di poter rimanere accampato per qualche giorno in un posto che mi sembrava il paradiso: all'ombra di un grande albero sul margine di un piccolo appezzamento coltivato a caffè, pochi metri sopra un bellissimo torrente di acqua azzurra e tiepida, con delle pozze che erano delle piscine, piene di pesci: il rio Yara.
L'ho fatta lunga ma forse così si capisce meglio perché una volta ritornato a Roma giurai a me stesso che non avrei MAI PIU' messo piede in un'agenzia di pubblicità. A costo di vivere, del tutto serenamente, da povero.
Provai a lavorare come free lance, a casa mia (23 mq circa), con niente.
Mi accontentavo davvero di poco, ed ebbi anche fortuna. Fu così che iniziò, per davvero, la mia carrierra di professionista della comunicazione visiva.
La pianto, per oggi. Il mio racconto proseguirà, magari, un'altra volta.


 
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