Mic.

pensieri, nel vento,
di Michele Isman

[m.isman@agora.it]

domenica, aprile 27, 2003
ACCESSORI ETNICI per mescolare il caffè

L'altro giorno sono incappato per caso in un bel negozio con grandi vetrine ben apparecchiate di oggetti artigianali svariati. Avevo da poco acquistato per euro 0,80 cadauna sei tazzine da caffè per l'eremo (per le volte che l'eremo si apre e accoglie qualcun altro oltre a me stesso): tazzine di quelle bianche da bar, di ceramica spessissima e pesante, 'doppia' come si direbbe a Napoli; e avevo bisogno di sei piattini da abbinare, ché assieme alle tazzine non c'erano (trattavasi di un'occasione al Mercatone di Monterosi). Tanto meglio, avevo pensato, li cercherò magari di legno, o li fabbricherò io stesso, oppure si vedrà. A me piace affrontare la vita, anche nelle sue piccolissime cose, in questo modo.

No: piattini non ce n'erano, nel bel negozio, né di legno né d'altro materiale. C'erano però dei cucchiaini in legno scurissimo, forse d'ebano, col manico a forma di pesciolino (di cui è la coda, che si stringe fra le dita per mescolare il caffè): deliziosi davvero, piccoli come devono essere piccoli i cucchiaini da caffè. Euro 1,00 cadauno in confezioni di quattro. Perfetto.

Anzi no, leggendo l'etichetta mi son girate le balle, perché invece di trovare le notizie che mi aspettavo di trovare (sul luogo di provenienza dei piccoli manufatti, almeno), si poteva leggere, messa in 'bella' grafica, soltanto la generica dicitura 'accessorio etnico'.
Accessorio etnico: soltanto questo è dato conoscere dei miei cucchiaini forse thailandesi (ma non lo saprò mai con certezza, da quale angolo di Terra essi provengono), così come delle stoffe Batik, delle stuoie Kilim, delle campane tibetane, degli argenti del Kashmir e così via.
Accessorio etnico, ma vaffankulo.
E' come quando al telegiornale dicono 'extracomunitario' (dicitura che però non vale per un cittadino giapponese, australiano, statunitense: ché questi restano giapponesi, australiani, americani). Se la persona in oggetto proviene dal Perù (dunque americano anch'esso), o dal Kurdistan, dalla Nigeria o dalle Filippine, a noi grassottelli con la pelle color porcellino non ci importa. Sono scuri, vengono dal terzo mondo, fanno i mestieri umili per noi in cambio di pochi spicci. Li chiamiamo extracomunitari e basta.
Accessori etnici è la stessa roba.

Sicché, pagati gli otto euri, sono uscito col mio bottino nello zainetto, felice dei nuovi cucchiaini da caffè, ma infastidito dall'accessorio etnico. E il bel negozio è diventato per me uno stupido negozio.

C'è una differenza, abissale, fra questo modo di fare commercio di oggetti acquistati ai quattro angoli del mondo (o più probabilmente, in questo caso, in qualche fiera di settore), e il modo di fare la stessa cosa che trovate ad esempio sul sito web di BarcaPulita, dove delle 'tapa' delle isole Fiji prima di proportele in vendita ti raccontano in 517 parole di che cosa si tratta, chi le fa e come e perché, eccetera. Leggere per credere, all'indirizzo www.barcapulita.org
Lì sta il valore di quegli oggetti, secondo me: in quelle 517 parole (ho chiesto al mio computer di contarle), oltre che negli oggetti stessi. Lì sta il bello, l'interessante, il 'giusto'.

E' proprio per questo stesso motivo che anni fa, incappando nel sito e-commerce di Esperya, me ne ero innamorato.

Se mai un giorno diventasse questo del commerciare, ad esempio oggetti dal mondo, il mio mestiere per vivere, io lo farei, assolutamente, in questo secondo modo. Oppure farei un altro mestiere.


 
venerdì, aprile 25, 2003
ALFABETO (ampiamente) PASQUALE

A come agnello: se ne ammazzano a milioni ogni pasqua. Sarebbe un gesto di civiltà forzare la tradizione passando, almeno, agli animali adulti.
B come bandiere della pace: Giulia e Nico le contano sempre. A Milano ce n'erano tantissime. A Sesto San Giovanni, in proporzione, anche di più.
C come Casher, che più o meno vuole dire 'adatto' (anche se ci vorrebbe la cappa che in italiano però non c'è).
D come Domodossola.
E come Erri, il quale senza avere una gran voce, né una grande tecnica come chitarrista, né - neppure - a dire il vero essendo intonatissimo, è una vera emozione stare ad ascoltarlo: dalle canzoni della tradizione napoletana a quella iddish, passando per Brassens e De Andrè, ha chiuso come da consuetudine il seder di pasqua a casa dei miei cari amici Tagliacozzo.
F come Franco, il mio papà neosettantenne che si ostina ad avere quarant'anni (senza accorgersi che invece ce li ho io che son suo figlio).
G come giardino: quello della mia infanzia è stato scelto da un'anatra (germano reale) per farvi nascere la sua nidiata di anatroccoli.
H come Haggadah di pasqua (che se non ha l'acca all'inizio ce ne deve avere una almeno alla fine)
I come Isman: una parola che profuma di mistero, un riassunto, un album di fotografie in bianco e nero.
L come mia sorella Laura, della quale ho finalmente conosciuto la casa perfetta in cui vive con Giovanni. L anche come Lambro, il fiume che scorre sotto la finestra della mia fu camera da letto, nella quale dopo anni ho trascorso qualche notte cullato dallo scrosciare della cascatella.
M come mia sorella Marina, che non sa cosa farà da grande, come me.
N come nonne: le mie sono bellissime.
O come ohi ohi quanto ho mangiato.
P come Pasqua, Pessah, Passover, Pendolino.
Q come Iraq, che non si capisce se sia oggi più libero ovvero più occupato.
R come Rosella, la mia mamma-mamma.
S come Stefano, il mio amico che nei giorni scorsi avrei voluto riabbracciare.
T come i Tognini a cui, pure, voglio molto bene. E t anche come Tommaso, il nipote più piccolo e tenero che esista.
U come Umberto, suo padre, mio fratello, che non parteciperà al 'Mezzalama' perché ieri in allenamento s'è rotto una costola. E anche come uova.
V come venticinque aprile, che è oggi. Buona festa della Liberazione a tutti.
Z come Zanzibar, che oltre a sembrare un anagramma dev'essere un posto interessante.



 
sabato, aprile 05, 2003
IL 'VECCHIO' ;-) E IL MARE.

Benritrovati in questo bluogo, a tutti quelli che nonostante il bleccaut di queste settimane hanno avuto la costanza di dare un'occhiatina, magari ogni tanto, per vedere se c'erano novità.
Se state leggendo queste parole, probabilmente siete fra questi. Beh, grazie.
In realtà chi ha frequentato in questo periodo Bloggerdiguerra, i miei 'pensieri, nel vento' li deve aver letti di là. Non ho scritto qui perché ho scritto là, ciò che avevo da dire.

Oggi è un giorno speciale, perché il mio papà (che si chiama Franco) - anche se vorrebbe compierne, al massimo, sessanta - compie settant'anni. Sette, zero. O yeah.

E allora gli voglio fare, da qui, un piccolo regalo, visto che tutte le volte che ho accennato a lui, mi dicono, l'ho fatto per dirne qualcosa di male, o almeno di non troppo bene...

(Ebbene sì, il mio è della serie 'padri ingombranti'. Sono ormai un signore di mezza età ma, me ne rendo conto benissimo, non è che il mio papà io l'abbia ancora saputo propriamente digerire. Amen.)

Ho pensato spesso a lui, in questi mesi che per me son mesi di meditazione & trasmigrazione (trasmigrazione in senso lato, in senso soprattutto astratto, nel senso dell'anima), e anche di bilanci.
Mi son ricordato che ho un debito, con lui (forse uno dei tanti, ma ora voglio parlare di questo): il mio papà mi ha insegnato, semplicemente vivendolo lui assieme a me e ai miei fratelli quando eravamo piccoli, l'amore per il mare: proprio per l'acqua, per il 'blu', per la natura dell'ambiente marino (al di sopra e al di sotto della superficie), per il nuoto (che nella mia famiglia d'origine si intende soprattutto del tipo subacqueo), per la navigazione e i natanti, eccetera.
Si è andati anche tanto in montagna, col mio papà e la mia mamma, ma a me quello che resta dentro 'meglio' di lui (di loro), è il mare.
Ebbi la mia prima dotazione di maschera pinne e tubo-boccaglio che avrò avuto sì e no quattro anni - me la ricordo ancora benissimo la mia prima maschera: azzurra, ovale, senza 'naso' - e ricordo bene di aver imparato prima ad andare sott'acqua che a nuotare in superficie. Del resto è ovvio: nuotare in superficie, per di più con la testa (che è pesantissima) fuori dall'acqua, è molto più complicato e faticoso che stare immersi. Basta imparare a non respirare quando non si deve. Ed è molto, molto più riposante che annaspare per tener su la testa, che si finisce che si va in affanno e si 'beve'. Archimede del resto lo disse un sacco di tempo fa. Quella spinta lì, quella per tener su la testa, se non viene dal peso dell'acqua spostata dal resto del corpo, deve venire da qualche altra parte. Dal movimento degli arti, in questo caso. Ma poiché i nostri arti son 'progettati' per fare ben altro che nuotare, c'è bisogno di un grande dispendio di energia, per ottenere la spinta necessaria.

Ma torniamo al mio papà. Me lo ricordo sul fondo del mare a una ventina di metri sotto di me, nuotare fluido e sicuro, per poi risalire, piano, a respirare, con un polpo che gli si arrampicava sul braccio, o con una 'pinna' gigantesca fra le mani (una volta non erano protette, le pinne)...
Diventai in fretta, come accade, persino più bravo di lui: in apnea a trenta metri, catturavo certi bei pescioni... brevetti d'immersione, uno dopo l'altro, fino a diventare istruttore e a lavorare infine in un villaggio turistico, l'estate; corso di vela, patente nautica, eccetera.
Insieme ai fratelli avemmo in dotazione una barchetta a vela tutta per noi, anzi, un 'barchino' (si chiamava così, in famiglia), arancione e bianco: randa, fiocco e persino un piccolo motore fuoribordo. Un lusso di yacht, per me (che me ne appropriai personalmente, credo, per diverse estati).

Ebbene proprio stamattina - giuro, per caso - ho concluso un affare giù al lago acquistando un 'nuovo' barchino: si tratta in realtà di un vecchio Vaurien di legno il quale più che a una barca assomiglia, come scrivevo a un'amica, a un armadio con la prua: ma una volta in acqua e con le vele a riva, non ci saranno dubbi!
C'è da fargli qualche piccolo lavoro di rappezzamento, e soprattutto da fabbricargli ex novo il timone e la pinna di deriva, che non esistono più. Li farò io stesso. Sicché il 'barchino' è costato pochi euri: si poteva fare. Forse, 'si doveva'. E farlo proprio oggi, anche se come dicevo la coincidenza è casuale e involontaria (forse), mi pare un bel tributo.

Buon compleanno. Tanti auguri, papà.


 
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