Mic.

pensieri, nel vento,
di Michele Isman

[m.isman@agora.it]

venerdì, giugno 27, 2003
BLACK-OUT, MI VIEN DA RIDERE

Questa storia dei black-out elettrici a me mi fa ridere, ridere amaro ma ridere.

Mi ricordo perfettamente, mica tanto tempo fa (forse due o tre anni), che l'Enel mandava in giro una lettera in cui offriva gratis il passaggio da tre a sei kilowatt per le utenze domestiche, motivando l'operazione col fatto che il trend europeo del consumo di energia elettrica era in salita, e che sarebbe stata cosa buona e giusta che anche noi italiani ci si allineasse. Insomma quasi quasi ne facevano una questione di europeismo.

Teste di cazzo pensai d'istinto io, infastidito dall'assurdità palese di quel ragionamento.
Lo sanno anche i bambini che il 'nostro' modello di sviluppo è assolutamente insostenibile: si basa prevalentemente sui combustibili fossili, che vanno a finire e che, bruciando, inquinano questo pianeta tanto che forse l'abbiamo già rovinato in modo irreversibile, per sempre. Per non parlare della intrinseca, enorme ingiustizia del consumare tanto 'noi', pellirosa di questo mondo privilegiato del Nord, fingendo di non sapere che questo benessere è riservato a noi stessi e viceversa interdetto alla maggioranza dei nostri fratelli pelliscura del Sud. Perché è basato sulla loro povertà.
E' proprio il 'nostro' stesso sistema economico globale, si sa, a dettare questa legge: promulgata da pochi (le cosiddette grandi democrazie occidentali) fin dai tempi delle colonie e imposta a tutti gli altri; una legge che è fatta rispettare oggi a suon di non so più quante migliaia di morti AL GIORNO, per povertà e per guerre (povertà e guerre, che di solito vanno a braccetto), nelle quali guerre come si sa c'è molto spesso lo zampino delle agenzie di intelligence di qualche grande democrazia, e dei loro ricchissimi budget.
So bene di non aver scritto niente di nuovo e anzi di averlo scritto probabilmente con un linguaggio improprio e un po' naif. Ma è importante, vedere le cose nel loro insieme e nella loro complessità, se si vuol tentare di capirle.

Tornando ai sei kilowatt, mi pare che sarebbe stato se non altro più intelligente, e decente, che, al contrario, ci si inventasse un meccanismo di incentivazione del risparmio energetico, dell'utilizzo di apparati elettrici a basso consumo, della coibentazione degli edifici, dei consumi notturni, dell'acqua calda solare, della piccola produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili... No?
Ennò: noi siamo europei, dobbiamo consumare da europei... Ribadisco: ma che teste di cazzo!

Fa un bel caldo torrido in questi giorni. E ormai l'aria condizionata in ufficio e in casa ce l'abbiamo in tanti: tse, siamo europei, mica negri. Ce l'ha detto l'Enel. A noi il caldo ci fa spuzzare le ascelle (i negri invece spuzzano di natura, che ci vuoi fare), e proprio non sarebbe decoroso, eppoi ci dobbiamo mettere la giacca anche d'estate, e la cravatta, e calze e scarpe chiuse: logico, siamo un popolo civile con le radici giudaicocristiane, noi, e c'abbiamo il comune senso del pudore. Ecché siamo, dei Baluba?

Ieri ha fatto qualche grado di troppo, è bastato che la Francia trattenesse quei megawatt d'energia che abitualmente, avanzandogliene, ci vende, e track, questo paese s'è ritrovato in ginocchio, l'abbiamo visto tutti al tiggì: tagli a caso della corrente, senza preavviso: gente bloccata nell'ascensore, frigoriferi con la roba che scongela, semafori spenti...
Si dice che sia stata la prima volta da che è finita la guerra mondiale.

E io rido, rido amaro ma rido: perché temo che accadrà ancora, e sempre più spesso, fino a diventare una emergenza vera e costante. Allora si prenderenno misure, si faranno tagli, e ingiustizie, si dimetteranno ministri... E' come se un pilastro di questo assurdo palazzo costruito, consapevolmente, sull'ingiustizia e sull'insostenibilità, iniziasse a sbriciolarsi.
Ecco perché rido, e rido amaro, ma rido.


 
lunedì, giugno 23, 2003
A. M'HA CHIESTO UN PREVENTIVO.

Come per certo diversi di voi che leggete sanno, il mio mestiere-per-vivere è, da una vita, quello del progettista grafico. Dopo quasi un ventennio di professione di questo mestiere - vissuto per altro con passione incostante - credo di poter affermare di essere un grafico abbastanza bravo. Forse, e semmai soltanto qualche volta, bravo tout-court. Rarissimamente, chi sa (ebbene sì, ammetto di sospettarlo), persino geniale. Normalmente, come si dice con la seguente parolaccia, 'professionale'.
Ho fatto, credo, centinaia di progetti, d'ogni tipo; e lavorato per committenti d'ogni specie: dal gruppo assicurativo-finanziario internazionale al rifugio alpino.
Ho disegnato bruchure, libri & giornali, manifesti giganti per affissione stradale, marchi & logotipi, cataloghi, locandine, dépliant, pagine pubblicitarie & tovagliette di carta; persino un album di figurine ho fatto, molti anni fa, e pezzi di siti web e quant'altro (oh, qui 'quant'altro' ci sta bene ;-).

Oggi, un mio 'storico' committente (e amico) il cui nome inizia per A, mi ha inviato una richiesta di preventivo, con l'intenzione manifesta di confrontarlo con quello di un mio concorrente, già autore di un lavoro realizzato di recente per A.

Gli ho risposto (pressappoco) così:

Caro A., ti debbo confessare che c'è qualcosa che 'stride', nella tua richiesta. Nell'accingermi a far calcoli e richiedere preventivi per la stampa, mi sono chiesto che cos'è, a stridere, e mi sono risposto come segue; risposta che, non volermene, ti riporto senza troppi, anzi senza alcun complimento:

Quel dépliant per la giornata del 23 maggio (alla quale fra l'altro volevo partecipare ma non ho potuto), insomma te lo devo dire, è una cagata. Una cagata anche vagamente, genericamente, superficialmente carina, se vuoi (e se a te piace), ma sempre una cagata. Una cagata perché è un pieno di piccoli, evidenti, banali 'errori', di grande ingenuità, di invenzioni già viste milioni di altre volte... Una cagata fatta in dieci minuti (o magari in due ore, ma non cambia), senza amore, senza attenzione, senza ragionamento né passione, senza sensibilità alcuna, senza cultura...
Insomma proprio di quella grafica inutile e gratuita, si tratta (e, in questo caso, persino 'sbagliata'): quella che io sono arrivato a non-sopportare più. Poi, quel dépliant è talmente semplice e innocente, che avrà assolto la sua funzione del comunicare informazioni anche così. Magari non se n'è accorto nessuno, che è una cagata. Pace. Niente di male - o meglio, niente di grave - né nel farne, grafica così, né nell'acquistarne. Forse.
In ogni caso, non è problema mio.

Il mio problema, continuo a scriverti in maniera complimenti-esente, è che non intendo essere confrontato con quella roba.
Se vuoi quella roba, o se ti accontenti di quella roba, io non mi sento di affermare che tu sbagli. E bada, te lo dico con sincerità. Sei un bravo professionista, anzi, un raffinato professionista e lo sai. Ma sei (anche) un manager, e i manager devono (anche) fare i manager...
Ricordo soltanto tue dichiarazioni, in merito alla 'qualità' e al 'valore' sia in senso lato che in riferimento al lavoro, le quali intrinsecamente escluderebbero la possibilità, oggi, del dubbio che ti poni: qualità - oppure - prezzo.

Se da me tu vuoi un lavoro di qualità 'altra' che quella del dépliant di cui sopra, io sarò molto felice di cimentarmi nel farlo. Non posso prometterti che riuscirò in un risultato straordinario, ché mica sempre mi riesce ;-) . Qualche volta forse sì, molte altre meno. Io faccio *grafica*, in ogni caso, e su questo spero che non ci piova.
Di denaro certamente possiamo discutere e trattare, con grande serentità (mi conosci, dovresti saperlo), purché non in gara col foglietto a finti quadretti con le scritte in finto corsivo troppo grandi, e troppo piccole (eccetera) perché così io me ne tiro fuori prima di partire. Scusa, ma preferisco così.
Ecco, era questo che strideva.


 
mercoledì, giugno 18, 2003
41° 17'.48 N – 09° 22'.38 E

Eccole qui, le coordinate del paradiso; o, per meglio dire, di uno dei paradisi d'Italia: l'isola Santa Maria, a Nord-Nordovest de La Maddalena. Perché è un paradiso è presto detto: è un'isola, e tanto già basterebbe; è un'isola in mezzo a un mare bellissimo e a un complicato sistema di altre isole e isolette, con la Sardegna da una parte e la Corsica, alta e nera, da quell'altra; è un'isola fatta di granito, frastagliato, tormentato, scolpito dal vento e dal mare e ricoperto in parte di profumatissima, intricatissima vegetazione. Patria di migliaia di gabbiani e gabbianelli, cormorani, berte, falchi...
E' un'isola con l'acqua, una vera rarità: talché fu abitata, da monaci benedettini, fin dal 1200. E ancora oggi ospita, oltre a bestiole selvatiche varie, bestiame domestico.
Ma, soprattutto, è un'isola quasi disabitata (da umani), pochissimo 'cementificata': la quale cosa in questi affollatissimi paraggi è la richezza vera, il lusso vero (un paradosso!).
C'è un faro, bell'edificio in straordinaria posizione, proprietà della Marina ma che sta passando, pare, al Parco: si spera per fini 'nobili'. C'è un alberghetto, dicono di iperlusso: un grappolo di edifici bassi e seminascosti, affacciati sulla ridossatissima insenatura di Porto Madonna, una sorta di mare interno fra Santa Maria, Budelli e Razzòli. E poi ci son forse quindici case, in tutto, che danno su cala Santa Maria, verso Sud. Per la maggior parte si tratta delle residenze di vacanza di atrettante fortunate famiglie, sorte sul filo della legalità nei decenni passati (quando 'si poteva'): alcune di esse sulla base di vecchi ricoveri per barche, o di vecchie cisterne d'acqua.
Sono soltanto due i gruppi famigliari che abitano stabilmente sull'isola: i figli di Maria (Maria Ognu, personaggio mitico, già proprietaria di mezza isola), e la famiglia di Pietro, pastore di Lodè (Nu) migrato a Santa Maria una quarantina d'anni fa e residente nel fu monastero benedettino (un manufatto in pietra di una bellezza semplice, commovente, circondato da un giardino impensabile). Aiutato dai figli Tonina e Mario, oltre che pastore e casaro (la sua ricotta è universalmente insuperabile), oggi Pietro è anche manutentore di case di ricchi e traghettatore di cose e persone col suo S. Rosalia, una pesante barca di legno che sembra un po' quella di Paperino, con un moncone d'albero e uno straccio di fiocco (il quale fiocco oltre al folcklore fa le veci, per la legge, del motore ausiliario).
E poi basta, basta sul serio: niente auto, né strade, niente bar, niente luce elettrica, niente di niente.
Peccato che, in pieno Parco Nazionale, da maggio a settembre al piccolo pontile di cala Santa Maria attracchino fino a sette megafonanti barconi turistici tutti assieme, nelle ore centrali della giornata. Sette moltiplicato per 150 persone fa circa mille: mille corpi scottati dal sole parcheggiati per un paio d'ore su una spiaggia che sarà si e no mezzo chilometro: un corpo ogni cinquanta centimetri, dalle 10 alle 16,30.
Un paradiso dimezzato, nonostante i bravi ragazzi della cooperativa incaricata della pulizia.


 
venerdì, giugno 06, 2003
ME NE VADO IN PARADISO

Ma, state tranquilli, torno fra dieci giorni. Mic


 
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