Mic.

pensieri, nel vento,
di Michele Isman

[m.isman@agora.it]

giovedì, settembre 25, 2003
“Protestiamo contro il trattamento disumano a cui sono sottoposti i maiali che diventano poi prosciutto di Parma”

La frase virgolettata qui sopra proviene da un appello dell'associazione animalista 'Oltrelaspecie' (www.oltrelaspecie.org), la cui attività in favore del riconoscimento dei diritti animali tengo sott'occhio perché la trovo interessante, e anche perché in parte mi trovo d'accordo con le istanze per le quali l'associazione stessa si batte.
Per intenderci, io sono un anche-carnivoro che cerca di essere 'consapevole', ad esempio rifiutando il più possibile di acquistare carni (e uova...) provenienti da animali nati e vissuti negli allevamenti intensivi.
Perciò pur non essendo (almeno per adesso) uno di loro, io gli voglio bene, a quelli di Oltrelaspecie: credo che costituiscano una voce importante e che la 'questione animale' sia una questione tutt'altro che secondaria nel panorama delle cose di questo mondo che non vanno e che sarebbe tanto bello e tanto giusto che fossero cambiate.
Ciò detto, ho trovato paradossale il loro invito a protestare "contro il trattamento disumano a cui sono sottoposti i maiali". E come li dovremmo trattare, i maiali, 'umanamente'? Trovo che sarebbe più sensato sostenere che vanno trattati maialamente...
E' una questione banalmente linguistica, forse, ma io ci sento sotto un equivoco culturale. I maiali sono maiali, non uomini, sono abbastanza diversi da noi e io credo che vadano trattati, col dovuto rispetto, esattamente da maiali: ad esempio lasciando che scorrazzino bradi in un bosco, che mangino quel che trovano e gli garba mangiare, che si azzuffino, corrano, prendano freddo e caldo, si accoppino eccetera.
Poi, sul fatto di trasformare i quarti posteriori di ciascuno di loro in una coppia di prosciutti di Parma, possiamo trattare.
Ah, lo so benissimo che il prosciutto così costerebbe di più. Va benissimo, ne compreremo di meno, mangeremo meglio.


 
martedì, settembre 23, 2003
RITORNO AL BLOG!
E parlo di squola privata.

Fra tanti sacrosanti accidenti e strali indirizzati all'attuale governo di questo paese e al suo sorridente piccolo duce, leggo e sento un po' ovunque feroci critiche all'annunciato contributo -ovvero sgravio fiscale, che è lo stesso- a chi manda i figli alle scuole private invece che a quelle pubbliche.
Riprendo a scrivere su (in?) questo blog per dire come la penso io, per quel che vale.

A proposito, stavo quasi pensando di chiuderlo, il blog, ché ultimamente non ho avuto alcunché da scrivere e il blog non me l'ha mica ordinato il dottore, di farlo. Ringrazio e mi scuso con tutti quelli han continuato a passare di qua, magari più e più volte, senza trovare novità.

Premetto un paio cosette, per chi non mi conoscesse. Penso che la coalizione politica che esprime il governo italiano sia un'accozzaglia di fascisti ripuliti soltanto di fuori, di razzisti-separatisti-nazionalisti della peggior risma, di ladri e malfattori o nel migliore dei casi, di ipocriti politicanti populisti senza scrupoli e senz'anima.
Penso altresì che il grado di civiltà di un paese si debba misurare sulla qualità dei servizi pubblici: la sanità, la scuola, i trasporti, la salvaguardia dell'ambiente (eccetera), e non sul PIL che deve salire più degli altri.

I miei due figli vanno alla scuola privata. Non certo per scelta ideologica di sorta, dunque, né per fargli fare alcun salto di classe (né 'in avanti', né 'indietro').
Semplicemente perché con Giulia, la più grande (e anzi sulle sue piccole spalle), si son fatti ben tre tentativi alla pubblica -due alla materna e poi la prima elementare- ottenendo il cento per cento di risultati negativi. Risultati negativi vuol dire, in sintesi, che:
- si son incontrate insegnanti impreparate e/o con poca voglia e/o con nessuna passione (e direttori didattici inesistenti se non per questioni di tipico, fesso burocratismo italico e per divieti vari);
- le scuole testate assomigliavano, tutte e tre, a delle caserme -nel 'clima' più ancora che nell'aspetto esteriore (ma quest'ultimo conta relativamente)-, dove l'istruzione è considerata un faticoso, dogmatico dovere, lo studio un lavoro, il sacrificio, in sé, un valore, il silenzio una virtù, il gioco e l'attività fisica un premio (da meritare), la natura un'entità estranea all'uomo, la religione cattolica una pratica naturale e sostanzialmente obbligatoria, e i bambini, grosso modo, dei sacchi vuoti (tutti uguali) da riempire, delle solite cose, le stesse, solite cose ritrite della scuola che subii io oltre sei lustri fa, che era già superata allora di un ulteriore mezzo secolo; - anche le lobby dei genitori non aiutavano: "quella maestra li fa lavorare" (chiarisco: era un complimento!), la preoccupazione più gettonata, dopo il pedofilo annidato dietro ogni angolo, era il sudore -il bambino poi non suda da solo, ma "mi suda"... e qui ci sarebbe da indagare attraverso la lente della psicanalisi; magari ci si prova un'altra volta.
Ma soprattutto Giulia, che era abituata a tutt'altro rapporto col mondo adulto, col sapere, coi valori umani, la prese malissimo, la scuola, tutte e tre le volte: che poverina son durate tre anni della sua piccolissima vita. In prima elementare poi, dopo un anno di tregua gioiosa in una scuola (privata) che si chiama 'Tanaliberatutti' (il cui costo/bambino si aggira sulla metà di quanto costa allo stato un bimbo alla pubblica), ebbe un rifiuto, duro, verso la scuola in sé. Non imparò a leggere e non perché non fosse 'pronta'; soffriva di frequenti mal di testa (il che, vero o non del tutto vero che fosse, denunciava comunque un problema); ricordo poi l'incubo dei compiti... Inutili, il cui assegnarli altro non era che il praticare, mestamente, quella cultura che ho provato a descrivere brevemente qui sopra.
Permettete -con tutta la comprensione per le maestre di primo pelo, che erano anche delle brave ragazze-: ma vaffanculo!

Okkei si cambia. Pubblica addio. O almeno, arrivederci a quando i miei figli avranno maturato in sé enzimi sufficienti a sopportarla e digerirla anche se farà un po' schifo.
D'accordo con Susanna chiedo un appuntamento con il maestro Nicola, vicedirettore della scuola Arcobaleno a Monteverde: allora era un quasi quarantenne (come me) con l'aspetto e lo sguardo del poeta. Mi trattenne per due ore a parlare di bambini e di scuola e mi convinse senza riserve, a insistere perché per Giulia si potesse trovare un posticino in seconda, perché la classe era strapiena e l'aula, fisicamente, non avrebbe sopportato un solo bimbo in più.
Okkei ci si prova: giro di aule, salviamo capre e cavoli. Ecco fatto. Oggi Giulia è in quinta, gaia e curiosa com'è lei, felice di andare a scuola come fosse il più bello dei regali. Nico, più giovane di tre anni, ha sfruttato come accade la scia della sorella maggiore e fra Tanaliberatutti e Arcobaleno ha driblato l'oscura scuola pubblica...
La scuola Arcobaleno non prende un soldo dallo stato, occupa locali dei quali paga l'affitto, paga uno stipendio appena dignitoso agli insegnanti, alla segretaria, ai simpatici bidelli tuttofare, alle cuoche che sono un po' delle mamme...
Per quei centoventi bimbi che la frequentano lo stato italiano (che come si sa è sprecone) risparmia di netto circa il doppio di quanto, di tasca loro, i genitori sborsano ogni mese per la scuola dell'obbligo dei loro figli, pagando su quei soldi le tasse come se usufruissero della scuola pubblica, come se esistesse fisicamente una scuola, vuota, con insegnanti segretari direttori e bidelli a disposizione, bollette della luce e quant'altro. I quali invece, come è ovvio, non ci sono.
Mi chiedo perché ci si debba arroccare sul dogma che alla scuola privata non bisogna dare denaro pubblico. Lo si fa già con la sanità, perché con la scuola no?


 
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