Mic.

pensieri, nel vento,
di Michele Isman

[m.isman@agora.it]

lunedì, ottobre 27, 2003
VIA I CROCIFISSI!

A mille metri d’altitudine, nei pressi della cima del Monte Gennaro il quale sovrasta a Est la città di Roma, è visibile fra i rovi un poderoso basamento in calcestruzzo armato. No non si tratta dei resti di una fortificazione, né della sede di un pezzo d’artiglieria pesante, come sembra. Doveva servire a sorreggere un gigantesco crocifisso che un prete intraprendente qualche anno fa aveva progettato di issare lassù. Una cosa grandiosa, che si sarebbe vista da ogni punto elevato della città, a molti e molti chilometri di distanza. Naturalmente non aveva chiesto, il prete, alcun permesso ad alcun ufficio terreno (la D.I.A. gliela doveva aver approvata... Dio, si fa per dire di persona, col silenzio–assenso ;-) .
Del resto, il mondo l’aveva creato Lui, e anche il monte Gennaro, il quale anzi era un montarozzo di risulta: montagne ne aveva fatte di ben più belle!
Ma i lavori furono bloccati e il cantiere sequestrato: un giudice (terreno) aveva fatto il suo dovere.

Sono cattolico, perché fui battezzato.
Figlio di madre geneticamente di quella religione e di padre ebreo, poi cattolico, poi ingegnere, oggi in pensione.
Sono ateo irriducibile al contempo intrigato dalla bellezza che le religioni –tutte quelle che, un po’, conosco– contengono in sé. Inclusa quella cattolica pure se mi ha, da sempre, fatto una certa impressione.

Fenomeno prettamente umano, le religioni: da che uomo è uomo fanno parte della sua storia. E a me l’uomo, l’umanità, piace. Si intende, contiene anche tante mostruosità, la storia dell’uomo e quindi anche la storia delle religioni. Ma io un uomo sono, mi è accaduto di esserlo e non vorrei essere altro che un uomo. Amo e difendo la mia umanità, e sono abituato a vedermi intorno simboli religiosi.

Sono altresì ben allenato, credo (spero), a guardare alle cose del mondo, dell’uomo e della mia stessa vita scansando il filtro del conformismo e del preconcetto, poi rimettendomelo davanti agli occhi per vedere l'effetto che fa e infine riscansandolo definitivamente. Per far questo mi cimento spesso nell’esercizio di immaginare di guardare quel puntino che è ‘me stesso’ e tutto ciò che lo circonda, ‘dall’alto’: con candore, come fossi altrove che su Terra, in un tempo altro e indefinito.

Considero –non da oggi, lo penso da molto tempo– l’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici, che non siano luoghi di culto, una violenza e un’imposizione intollerabile, anche se ci sono abituato. Nelle scuole ad esempio, il crocifisso lo è eccome, una violenza e un’imposizione intollerabile, e lo è in modo speciale perché nelle scuole ci vanno i bambini e i bambini hanno il diritto di essere trattati da bambini: protetti, fra l’altro, dalla violenza e da imposizioni arbitrarie di quel tipo. Non dico questo soltanto in teoria: io stesso, battezzato e allevato in scuole cattoliche confessionali di fatto, percepisco oggi il crocifisso come un’ostensione di violenza in sé, e di arroganza da parte di chi considerando quel simbolo ‘normale’ trova normale, naturale esporlo e anche imporlo a tutti gli altri. E che se ne stiano a casa propria, se non è normale anche per loro. Stranieri!
Altro che simbolo di pace, come qualcuno in questi giorni ha scritto! Quello ce lo sa vedere, nel crocifisso, soltanto chi è abituato, fra l’altro, a considerare la croce come una roba buona in sé, acriticamente, senza essersi probabilmente mai soffermato a pensare a che cosa quel ‘logo’, cioè quel simbolo grafico contiene in sé, quale motivo lo ha originato. Per me che ho l’abitudine di ‘guardare dall’alto’ si tratta obiettivamente dell’immagine, in molti casi perversamente iperrealista, di un uomo torturato a morte con crudeltà infinita. Un’immagine violentissima, oscena, impressionante, VM18; e una minaccia: “sta’ ben attento a fare il bravo...” (cioè, il bravo secondo i dettami della religione, di UNA religione, quella ovvia, l’unica buona qui).
Il fatto è che i cristiani cattolici (mica solo loro, a dire il vero) ce l’hanno, ’sto vizietto: di considerare sé stessi gli unici giusti, i mejjo, gli ovvii. E il mondo casa loro. Una deformazione blasfema perché Gesù di Nazareth stesso, probabilmente, non se lo sognava neppure e son più di mille anni che si rivolta nella tomba, celeste o meno la si voglia pensare.

Per non parlare della ‘stranezza’ di adorare, di imporre di adorare l’immagine, tridimensionale e realistica, di un giovane uomo (maschio, attraente, seminudo) grondante sangue, orribilmente torturato e ucciso, ancora caldo. Scusate, ma a me che cerco di ‘guardare dall’alto’, questa sembra materia da psicoanalisi...

Ma in ogni caso, a casa sua e nella sua chiesa o in cima a una montagna, ciascuno, ci mancherebbe, è e dev’essere libero di adorare chi o quel che gli pare.

Il pretore dell’Aquila che ha ordinato la rimozione di una statuina di Cristo crocifisso da un’aula di scuola elementare dello stato, ha semplicemente accolto la denuncia più che legittima di un cittadino, l’ha analizzata con l’occhiale della legalità –l’unico che è tenuto a indossare–, ha agito di conseguenza. Cioè: ha fatto il suo dovere.
Nient’altro che il suo dovere, checché ne dicano quasi all’unisono i partiti, incluso il partitucolo dei diesse e il suo segretario, sempre attento (e soltanto a quello) a non perdere in popolarità e ‘moderazione’. Poveretto. E poveretta l’Italia.

Via il crocifisso e tutti i simboli religiosi dai luoghi pubblici non confessionali, e in particolare dalle scuole.

(E, giacché ci siamo, anche dalle cime delle montagne. Chiccazzo gliel’ha detto, a quelli che le croci le portano su e le fissano a mo’ di parafulmine, che le montagne sono cristiane?
Si lascino in piedi soltanto croci e madonne che abbiano un eventuale valore storico. Il resto via, che si smantelli. Grazie.)


 
venerdì, ottobre 24, 2003
MIC . EAT

mic.eat, è il titolo della seconda convenscion internazionale del Club dei Micheli e delle Michele, che si terrà domani sabato 25 ottobre nei locali del maneggio ‘Le Merline’ presso Piacenza.
Dal titolo, forse, si evince che la cosa accadrà con le gambe di ciascun Michele, di nome ovvero ‘onorario’, sotto una tavola imbandita, anzi, imbanditissima.
All’indirizzo casadibacco.splinder.it, sul blog di Michele Milani, il menù e diverse altre notizie.


 
giovedì, ottobre 23, 2003
CURRICULUM VITAE

– ma porca la miseriaccia mi puoi inviare un cv con una sua formattazione, con i programmi di grafica che sai usare, insomma signore dalle mille risorse vogliamo dargli un'anima al tuo curriculum? In fondo parla di te...–
Così mi scrive, anzi, mi rimprovera Paola, in risposta all’invio per e-mail del mio curriculum professionale da girare a un suo conoscente il quale forse ha del lavoro da grafico per me.

E così le rispondo io:
– Il mio curriculum è fatto di parole. La grafica non serve, in una e-mail. C'è già. Mancano soltanto le parole. Se qualcuno vuol vedere i miei lavori di grafica, me lo dice e io lo vado a trovare di persona, e mi porto la grande cartella dei lavori. Quanto ai programmi, so usare tutti i programmi informatici che per un progettista di loghi e grafica cartacea assortita è necessario saper usare; ma questo è tanto ovvio che specificarlo nel cv trovo che sia ridondante, anzi controproducente. I programmi che sa usare, nel curriculum ce li scrive chi in realtà non li sa usare, chi li ha appena imparati al corzo da 'a Reggione... Scusa, ti sembrerò polemico, ma il mio curriculum è scarno ed essenziale, e senza grafica, non per fretta o incuria, ma per scelta. Sta lì, la sua anima, ed è un'anima sincera, veritiera, e parla proprio –esattamente– di me. Se qualcuno (dello stesso mio mestiere) lo capisce e magari lo apprezza, bene; se no, vuol dire che probabilmente non abbiamo molto da dirci e allora è meglio che non ci proviamo nemmeno, a collaborare.
Capito, bellezza? –
(ché Paola, fra l'altro, lo è)


 
giovedì, ottobre 16, 2003
OGGI, L’ALTROIERI DI QUANDO SONO NATO

Ada Tagliacozzo era una bella bambina mora con due occhi scuri e grandi e pieni di luce, come ce ne sono tante, bambine, così belle, piccole donne, come è anche mia figlia Giulia.
Ada era bambina a Roma sessant’anni fa. Nel 1943 aveva otto anni, ed era ebrea.
Il 16 ottobre tristemente famoso fu presa e portata ad Aushwitz, assieme ai nonni. Nessuno di loro tornò più.
La sua storia, la conosco da quando la mia amica Lia, figlia di un fratello di Ada, qualche anno fa me la raccontò. L’aveva saputa lei stessa da poco e ne era giustamente sconvolta. Nando, suo padre, non gliel'aveva mai raccontata...
Ada Tagliacozzo è oggi anche il nome di una scuola elementare di Roma. Nando che è mio amico lui stesso, ricorse alla mia competenza e ai mezzi tecnici di cui dispongo perché, per la scuola, occorreva riprodurre in grande le uniche, piccolissime, fotografie in bianco e nero che esistevano di Ada e dei nonni.
Ricorse soprattutto alla mia amicizia, credo, affidandomi attraverso Lia quei rettangolini di cartone, preziosissimi, rimasti al buio in un cassetto per tanto tempo.
Il computer di un grafico è un microscopio, le immagini acquisite dallo scanner ad alta definizione te le sbatte ingigantite davanti agli occhi. Ne regoli poi il contrasto, la luminosità; anche il fuoco si riesce –con un opportuno uso dei filtri– a migliorare, e così una piccola fotografia sbiadita riprende, per così dire, vita.
Restai come un coglione, e piansi, guardando quella bimba dall’espressione così familiare che mi guardava, dopo più di mezzo secolo, dal grande monitor davanti a me –guardava proprio me, che non c’entravo niente– e conoscendo il seguito, imminente, e terribile, della sua storia. Era così vera, era (sembrava) la mia bimba, tutte le bimbe del mondo.
Oggi sono trascorsi sessant'anni da quel 16 ottobre. Ogni anno che passa quegli eventi –il nazifascismo, la guerra, la shoah...– si allontanano da noi di un anno, e poi di un altro, e un altro ancora, ma quello che io percepisco è l’effetto opposto poiché, in rapporto all’arco della mia vita, essi sono vieppiù vicini. Il 1943 è stato soltanto diciannove anni prima che io nascessi: diciannove anni, meno della metà di quanto ho vissuto. Diciannove anni fa ero un ragazzo che iniziava la sua vita da adulto, conservo degli eventi di quel tempo un ricordo freschissimo, nitido, recente, come fosse stato l’altroieri.


 
venerdì, ottobre 10, 2003
BUONA GIORNATA.

Ho raccolto quattordici mazze di tamburo, scritto otto mail, mangiato linguine con le cozze, dedicato un paio d’ore al vaurien (il cui restauro sta venendo persino meglio del previsto ed è quasi pronto al varo); infine, ho acquistato tre libri a una bancarella del metà prezzo. Belle le bancarelle del metà prezzo, perché ci si trova roba strana e anche perché ci si comprano libri che probabilmente non compreresti mai, altrove.
Per dieci euro ho portato a casa:
Laguna, di Carla Vasio, che conobbi alcuni anni fa durante un viaggio in treno e, per alcune ore, diventammo amici;
Ebraismo e psicoanalisi, di Cesare Musatti: l’ho comprato incuriosito dalla frase che è riportata in quarta di copertina: “Si può affermare legittimamente che la psicoanalisi poteva nascere e svilupparsi soltanto in ambiente ebraico”; chi sa se mai riuscirò a leggerlo tutto, ma un euro, che è il suo prezzo, lo vale quella frase anche da sola;
Antichi viaggi per mare – Peripli greci e fenici: l’argomento mi interessa, e poi chi sa, magari mi servirà come documentazione per una certa idea ‘professionale’ che da qualche tempo mi frulla in testa... Sentite un po’ che cosa scrive questo tale Scilace di Carianda, esploratore al servizio di Dario I re di Persia: “Di fronte alla Tirrenia si trova l’isola di Corsica. E fra il continente e l’isola c’è un giorno e mezzo di navigazione. A metà di questa navigazione si trova un’isola abitata che si chiama Aithalía (si tratta dell’isola d’Elba, ndr) e molte altre isole disabitate. Dalla Corsica all’isola di Sardegna c’è la distanza di un terzo di giornata di navigazione. E a metà c’è un’isola deserta (...). Bello, no?
Meno male che, almeno raramente, c’è ancora qualcuno che crede di aver bisogno di me, per fare della grafica che poi mi paga a peso d’oro.


 
giovedì, ottobre 09, 2003
SEBASTIANI HOTEL n.2,
(scritto) il giorno dopo

Volevo raccontare, qui, come è andata, che è andata bene.
Sono salito al rifugio venerdì sera, partiti da Roma nel tardo pomeriggio, troppo tardo per non trovare traffico in uscita dalla città, miriadi di persone a quattro ruote, tutti a spingere per ficcarsi di testa negli imbuti delle vie consolari e delle autostrade, a cercar di uscire come bestie dall’orrida (sublime e infame al contempo) città capitale. Pendolari, soprattutto, ahiloro.
(Non potrei farla, io, quella vita, tutti i giorni. Cambierei lavoro, casa, amici, parenti, abitudini, migrerei immediatamente da qualche altra parte. Non lo so, come fanno, né perché lo fanno, non lo capisco: forse sono –loro, o io– di un’altra specie...)
Fra le miriadi, venerdì sera a contribuire nel mio piccolo alla follia di questo tempo, c’ero anch’io, inscatolato nella Twingo verde di Roberta, arruolata con mansione di assistente gestore.
Alle otto di sera, che in questa stagione è notte fatta, partiamo a piedi dall’ex-miniera di bauxite di Campo Felice. Tempo: abbastanza buono, per fortuna. L’aria è fresca quanto basta a camminare in maglietta senza sudare. Cioè, è fredda, ma non troppo. Guidati dall’aura azzurrina (un po’ extraterrestre, a dire la verità) della piccola luce frontale a led di ultima generazione, ci incamminiamo per la stradina che sale nel fitto del bosco; raggiunti poi i prati della valle Leonina, la luna è più che sufficiente anche se è soltanto a metà e a tratti si nasconde dietro le creste. Spengo i led, gli occhi si abituano e dopo un minuto ci si vede anche meglio di prima. Wow, è bellissimo. Gracias a la vida!
Giovedì ero passato allo spaccio della cooperativa allevatori di bestiame a Testa di Lepre, sull’Aurelia: la carne lì ce l’hanno molto buona e costa un po’ meno, e soprattutto le bestie (almeno, si spera) sono allevate in modo... umano*.
(*con una strizzatina d’occhio ad Alessandra Galbiati di ‘Oltrelaspecie’)
Venti belle bistecche di collo di maiale, roba seria, 4 chilogrammi e due etti di peso; un chilo e due di magro di manzo macinato; sei etti di salsiccia di produzione propria. Fanno sei chili giusti giusti. Non è che ho esagerato? – mi chiedo pensando che, tutto questo e anche altro, dovrò portarlo sulle spalle.
Cammina cammina, chiacchiera chiacchiera, in un’ora e cinquanta di piacevolissima passeggiata siamo su, non sudati, né infreddoliti, e neppure stanchi. Cena, altre chiacchiere, amaro Lucano. Poi nanna: con l’imbarazzo della scelta dei letti. Dove stenderli, i nostri sacchi: sulle brande della stanzetta dei gestori nell’ala nuova? Oppure nella ‘suite’? –così si chiama l’ex-ricovero invernale, cui si accede per una scaletta di pioli di ferro infissi nel muro e una botola nel solaio– Ovvero sul letto a sette piazze della camerata grande?
Le brande a castello della stanzetta–gestore non sono un granché; la suite è deliziosa e densa di ricordi, ma presuppone dell’intimità che, insomma, non è carino che sia data per scontata ;-). Non resta che l’opzione delle sette piazze.
Tira vento forte per tutta la notte, si sente la cordicella della bandiera sbattere forte sul pennone di ferro che sembra di essere in barca a vela, fischia dappertutto, a momenti urla. Rifugiati dentro quella vecchia costruzione di pietra si sta da dio, e anzi la voce del vento di fuori non fa che aumentare il gusto di essere là, al riparo, sotto un grande cielo di stelle.
Sabato mattina, tempo infame, pazienza. Si cucina con Manu Chao: gran ragù di carni miste, con la salsiccia, il macinato, il vino, le verdure... Funghetti trifolati che a me mi vengono buonissimi, e piselli con soffritto di cipolle e mortadella (quella ho trovato, in dispensa), per contorno.
Un gruppo del CAI di Tivoli è in arrivo per cena, m’aveva detto Eleonora il boss. Undici, oppure quindici, mica l’avevo capito bene. Ma tanto ho venti bistecche, e ragù per trenta. Se poi non dovessero più venire, per via del tempo, amen. C'è il grande freezer a pozzetto che è mezzo vuoto –penso–, mal che vada congelo tutto.
Ma il socio CAI con la famosa frase della “lotta coll’Alpe“ che è ”bella come una fede (...)” sulla tessera, non si fa certo scoraggiare da una giornata di merda qualsiasi, e finisce che ne devo far cenare diciassette, più me stesso e l’assistente. La quale si rivela efficacissima, anzi, preziosa.
Il rifugio è al completo. Incredibile, dato che il tempo è stato da lupi, senza tregua né speranza. Anche la suite è occupata. Tre ragazzi arrivati all’ultimo momento senza prenotare, li sistemo sulle brande del ricovero d’emergenza (che poi gli costa di meno e son pure più contenti, mi sa).
La mattina di domenica mi alzo alle sei, in silenzio, alla solita luce azzurrina della frontale. Non c’è corrente, forse le batterie non si erano ricaricate bene, il giorno prima, per forza, era stato brutto tutto il giorno, e il freezer deve aver assorbito energia fino a far saltare il sofisticato impianto elettrico del rifugio (che è alimentato esclusivamente da due grandi pannelli fotovoltaici ancorati sul tetto). Stacco la spina del freezer, il sistema se ne accorge, biiit, riparte la luce, meno male, anche perché senza elettricità non lo so mica come si accende, la caldaia, e fa un certo freddino.
In silenzio apparecchio per la prima colazione e preparo il tutto in modo che alle sette e mezza gli ospiti del rifugio possano mettersi a tavola, come concordato la sera prima. Il menù è semplicissimo: latte, caffè, tè, paneburroemarmellata (col pane tostato, però). Provate a moltiplicarlo per diciassette!
Alle sette e mezza in punto la tavola è apparecchiata ben bene come piace a me, coi burrini a ogni posto e le marmellatine alternate, fragola, albicocca, fragola, albicocca; il caffè affiora dai beccucci delle due grandi moke, il latte è caldo, l’acqua del tè bolle, il pane nel forno è tostato al punto giusto... Fiuff.
Ripartiti fra le nebbie gli stakanovisti dell’escursione, coloratissimi nei loro completi di gore-tex buoni per l’Himalaya (da che parte è il sentiero per la valle Majelama? Di là, seguite i segnavia rossi e bianchi – de gustibus...), tiriamo un po’ il fiato: la giornata è talmente brutta e ventosa e fredda che quegli altri trenta del CAI di Spoleto che si erano annunciati ieri, vedrai che rinunciano.
Preparo le uova fritte che i tre del ricovero, un po’ infreddoliti, mi hanno chiesto. Da me sconsigliati di andare in vetta al Velino come avevano in programma di fare, ridiscenderanno poi, senza fretta.
Okkei, allora incominciamo, con tutta la calma che ci garba, a ripulire e riordinare, tanto vedrai che oggi non arriva nessuno.
Le famose ultime parole famose. Dal nulla grigio là fuori sbucano in sei. Ma non c’entrano nulla con Spoleto, sono sei signori di una certa età, coi pile rossoblù tutti uguali, recanti vistose patacche aquilate e distintivi CAI. Per la precisione, si tratta di cinque signori e signore di una certa età, più una biondina all’incirca quarantenne, timida e un po’ rotondetta con le guanciotte rosee, che sembra la più impataccata di tutti...
Preparo ai nuovi clienti in divisa una bella pastasciutta condita con parte del ragù che era avanzato dalla sera prima. La scolo al punto giusto, molto al dente e poi la salto per un minuto o due nel padellone col sugo abbondante e due mestolate d’acqua di cottura, sul fuoco a doppia corona, fiamma al massimo. Se la divorano (e hanno ragione: modestia a parte, è eccellente!), elencando ciascuno la propria collezione di rifugi alpini visitati, discutendo di noiose questioni di politica caiota, domandandosi infine perché mai “i giovani” d’oggi disertano l’iscrizione al club... (la curva degli iscritti al CAI, almeno da queste parti, è da diversi anni in discesa vertiginosa, n.d.r.).
A fine pasto, con nobile gesto da frequentatori abituali di rifugi, insistono per riportarsi a valle i loro piatti, bicchieri, posate – che purtroppo sono del tipo usa e getta, perché al rifugio l’acqua è poca (e la papera non galleggia!).
“Vedi, questo è il CAI di cui ti parlavo...” – è il riassunto di ciò che scotendo la testa mormoro a Roberta che non è avvezza a quell’ambiente.
Io ho provato, per anni, a fare quello che ci credeva, che credeva cioè alla possibilità di una trasformazione del Club Alpino Italiano, con la sua storia così ricca e così antica, in qualcosa d’altro. No, non trasformazione, e non in qualcosa d’altro: semmai, piuttosto, ritrasformazione in quello che fu all’origine, in un tempo remoto, e che meriterebbe di essere ancora, di nuovo. Certo, rideclinato a due guerre mondiali dopo, all’Italia repubblicana nata dalla Resistenza, al postsessantotto e così via... insomma, ritarato sull’oggi. Poi ci ho rinunciato (temo che sia impossibile). Ma non ho rinunciato al Sebastiani. Quello mi diverte ancora, e molto.
Ma non è mica finita. Spariti nelle nuvole i sei, si fa in tempo appena a sparecchiare che, saranno state le due e mezza, arriva un altro gruppetto, e poi ‘a ruota’ un altro e altri ancora alla spicciolata. Zuppi e grondanti, con gli scarponi infangati, sono tantissimi!. Oh cielo, i trenta di Spoleto. No, siamo soltanto ventiquattro afferma solerte il capo-gita. Gli altri sono tornati indietro, avevano con loro un ragazzino...
L’acqua calda della pasta non l’avevo ancora buttata nell’acquaio per lavarci le pentole come usa fare al rifugio, meno male. Evvai di riciclo, ariaccendi il gas, altra pastasciutta, ragù ne è rimasto poco, ne vengono quattro o cinque porzioni appena, chi le vuole? (La mia mamma ne avrebbe condite dodici, con quel ragù, ma io ho un altro stile ;-) Poi c'è ancora qualche bistecca, certo che sono fresche me le son portate su nello zaino cosa credi, quanti caffè? Sì le sei cioccolate arrivano subito, un momento di pazienza...
Grazie al cielo c'è Roberta.


 
mercoledì, ottobre 01, 2003
SEBASTIANI HOTEL

Chi sia stato Vincenzo Sebastiani una volta l'avevo letto, ma non lo ricordo più. Ha lasciato in eredità il suo nome a un bellissimo rifugio alpino – alpino, si dice così anche se si trova sugli appennini – di proprietà dell'antichissima sezione romana del Club Alpino Italiano.
E' un manufatto (piuttosto brutto, a cercar di essere obiettivi) in pietra calcarea; gli amici di Vincenzo Sebastiani l’hanno tirato su, circa un secolo fa, in un bel posto: località Colletto di Pezza, 2100 metri di altitudine, nel massiccio del monte Velino sovrastante la piana di Avezzano, già lago del Fucino; già, prima cioè che i Romani lo prosciugassero per farne fertili campi ('irrigidendo' il clima temperato della regione, figuratevi che vi si coltivava l'ulivo...).

Dopo alterne fortune e periodi di abbandono il rifugio è stato, in anni ancora recenti, gestito dall'ottimo Lamberto Felici, un omino buono con una bella luce negli occhi, un pezzo di pane dicono (io lo conosco appena), pane nero perché Lamberto è scurissimo di pelle; oggi è gestore del 'Duca' (il "Duca degli Abruzzi", un altro storico rifugio del CAI Roma, sul versante aquilano del Gran Sasso d'Italia).
Dopo Lamberto, il Sebastiani l’hanno chiuso perché non rispondeva alle sopravvenute norme igienico-sanitarie...

Sei anni fa, nel 97mo del secolo appena finito, svuotato delle macerie e dei rottami che ne ingombravano i locali abbandonati, ripavimentato a listoni grezzi di legno e munito di nuove finestre e porte a prova di vandalo, il rifugio fu affidato all'ESCAI, e cioè alla 'struttura' che nel CAI Roma si dedica all'organizzazione di attività per ragazzi; ufficialmente da usarsi per proprie attività; in realtà perché un rifugio chiuso, abbandonato, muore: presto o tardi viene depredato del poco che contiene, bruciato, distrutto. E invece gli si voleva bene, al Sebastiani, si voleva provare a farlo rinascere un'altra volta e si pensò di affidarne la responsabilità ai più giovani.

Se lo prese il Sebastiani, l'ESCAI, e in particolare se lo prese, a cuore prima di tutto, Jennifer Mariani. Già 'vicereggente' e guida patentata, Neni (Jennifer, Jenny, Neni) era a quel tempo agli albori della sua futura carriera di alpinista 'tosta'. Aveva venticinque anni, ed era (ed è) in molti sensi bellissima.

Dopo diversi sopralluoghi a fine luglio traslocò al rifugio, lavorò sodo, e fu da allora che il rifugio Vincenzo Sebastiani rinacque. Per ringraziare regalò a Neni e agli amici che si alternarono lassù un'estate densa, di lavoro duro ma da morir dal ridere, di stare e fare assieme, di serate indimenticabili.

Ci fu pure un poco di brusio, nell'ambiente imbalsamato e bigotto del CAI, per via della bandiera rossa che sventolava al posto del tricolore d'ordinanza, dello stereo a volte un po' su di volume, degli scarponi che era tassativo per tutti levarsi e lasciare fuori (tutti tutti, inclusi gli agenti della Forestale...), e per via, corrono voci, del fatto che si facesse uso un po' disinvolto di certe strane sigarette...

Per un'estate, il rifugio Vincenzo Sebastiani fu, credo, il centro sociale più alto d'Italia. Magari d'Europa. Ci si tenevano sessioni di Capoeira (la famosa danza/lotta degli schiavi negri brasiliani), furono ospitati a più riprese ragazzi giovanissimi per campi-lavoro di una settimana; persino i 'matti' di Giulio Scoppola, il mio amico psicologo, salirono fin lassù, a fare la 'montagna-terapia'.

Al Sebastiani ci si saliva , e si sale tuttora, anche d'inverno, con gli sci e le pelli di foca (oh, oggi le fanno sintetiche!), portando a spalle tutto l'occorrente per 'aprire': cibo fresco, kerosene per la (allora nuova) stufa... Spesso è necessario spalar neve per poter aprire la porta. Insomma, un culocosì.
Ma, vi assicuro, uscire all'alba dal rifugio con una tazza di caffè in mano, in mezzo a tutta quella neve che via via diventa arancione e rosa e gialla, vale qualsiasi culocosì. Dal Sebastiani a 360 gradi non c'è nulla, proprio nulla che non sia com'era mille anni fa.

Una volta, era novembre, salii appunto con una tanica da venticinque piena di kerosene, legata sul bastino (puzzava, ricordo, perché il tappo chiudeva male). C'era nebbia fitta e sebbene conoscessimo tutti quanti la strada, ci perdemmo. Sapevamo cioè che eravamo arrivati ma non trovavamo il rifugio. Nevicava ed era bianco uniforme in ogni direzione, sopra e sotto inclusi. Avanzando a pettine alla fine qualcuno lo vide (o forse ci sbattè contro). Un grido e anche gli altri lo raggiunsero in pochi minuti. Faceva un freddo brutto, ero sudato e mi sentivo molto affaticato, mi venne un po' di nausea; dormii male quella notte nel saccopiuma, facevo fatica a respirare.
Ecco mi son beccato l'influenza pensai, non potendo immaginare che invece quelli erano sintomi di un male decisamente più rognosetto (così dicono i dottori) come seppi poche settimane dopo quell'ultima gita (che, ultima, lo restò per un bel po' di tempo...).

Alla stagione di Neni ne successero altre. Il capo diventò Eleonora Saggioro, altra colonna dell'ESCAI di quegli anni, altro paio d'occhi che non vi dico! Altro stile il suo, meno 'ribelle', meno divertente forse, più consono alla cultura CAI (alla sua parte sana si intende) e tutto sommato non meno gioioso rispetto alla precedente amminstrazione.

Gli anni sono trascorsi, Neni è migrata negli USA e scala pareti pazzesche, Eleonora è diventata mamma (ma seguita a occuparsi del rifugio portandosi su e giù il suo piccolo e splendido Arturo), il Sebastiani grazie ai miracoli di Sergio Allegrezza ingegnere in pensione è stato ampliato quanto basta e dotato di un bagno: piuttosto teorico, anche perché non c'è acqua oltre a quella piovana, raccolta in una cisterna, ma buono per ottenere agibilità e permessi e quindi per poter riaprire anche ufficialmente i battenti. E' diventato persino meno bruttino!
Ma soprattutto il "Vincenzo Sebastiani" è tornato ad essere, propriamente, ufficialmente, legalmente un rifugio, e, come usa fare, è stato ceduto in affitto dal direttivo del CAI a un gestore. Il quale nella fattispecie si chiama 'cooperativa Equo Rifugio' e raccoglie alcuni fra quelli che, in tutti questi anni, hanno contribuito alla rinascita del rifugio e alla sua (sssh, informale) gestione.

Tutta questa lunga storia per spiegare che cosa significa, per me, che il prossimo finesettimana salirò al rifugio Sebastiani a giocare al gioco del gestore, così come ho continuato saltuariamente a fare durante questi anni, in ogni stagione.
C'è un gruppo di undici persone che ha prenotato per sabato sera, poi ci sono altri quattro in forse...
Venerdì faccio una spesa di roba fresca: pane, verdure, carne. Carico il tutto nello zaino e...
Se qualcuno vuol venire con me, venerdì sera il rifugio è vuoto. Idem domenica sera, eventualmente. Sabato invece ci si deve arrangiare per terra coi materassini di espanso e i sacchipiuma, perché i letti, probabilmente, sono tutti occupati.
Dal Sebastiani Hotel si può raggiungere la vetta del Velino con un giro bellissimo: tre ore la sola andata; oppure il lago della Duchessa, un paio d'ore. Bei posti, garantisco.

Prenotate gente, prenotate!


 
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