Mic.pensieri, nel vento,
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sabato, novembre 22, 2003 |
CHIODINI DI ROMA. Se fossi bravo come Ottorino Respighi li racconterei con una musica sinfonica. E quanto mi piacerebbe! Ma la musica almeno ad oggi è stata per me una forma espressiva mai frequentata come, forse, saprei -ma davvero del tutto in teoria- fare. Mettiamolo anzi al passato, che è più realistico: come forse avrei saputo fare se in questi miei quarantun anni mi fossi dedicato a studi musicali. Cosa che nonostante una bella predisposizione innata, non ho fatto mai. Mi accontento di cercarli, i chiodini (o per meglio dire, in questo caso, di attenderli), e di raccoglierli coi miei cuccioli, cucinarli, mangiarli, offrirli agli amici: ogni anno nel passaggio fra autunno e inverno, li trovo in giardino; proprio nel giardino condominiale dei miei bimbi a Roma città, nel quartiere con più centri estetici e meno librerie del mondo: Monteverde Nuovo. A Roma si sa c’è un bel clima e in giardino ci cresce di tutto, come in ogni giardino che si rispetti (e quello è piuttosto bello, nel suo genere): conifere assortite e in particolare grandi pini marittimi e cedri del Libano, cipressi, e poi agavi, palme nane e non, ciliegi ornamentali, banani, oleandri, meli nespoli susini, ulivi, allori, lecci, edere, siepi di lauroceraso... A un certo momento avviene il miracolo: la fascia del giardino più vicina alla strada si popola in pochi giorni di chiodini, o ‘famigiuola buona’, che per chi non li conoscesse sono quei funghi che crescono in cespi famigliari soprattutto sulla base dei ceppi morti, ma anche un po' dappertutto, ché quando è il momento sembrano ubriacarsi e spuntano fuori con urgenza anche in mezzo al prato, di sotto i vasi e i muretti: a frotte, a centinaia, a chilate. Quando vengono bisogna fare in fretta: sono buoni appena nati, meglio se da poche ore, mentre già dopo soltanto due o tre giorni, slanciati in alto e aperti a ombrello, perdono assieme alle spore gran parte della loro bontà, e beltà. I gambi diventan come bastoncini fibrosi e vanno amputati alla base della cappella perché sarebbero immangiabili. Quest’anno son venuti presto. Di solito me li aspetto due o tre settimane prima di Natale, quando fa gli anni Giulia e buio alle quattro del pomeriggio. Ma è stata una stagione strana, con nessuna pioggia per tutta l’estate, poi freddo, e caldo, e freddo e di nuovo caldo. E tanta pioggia, nelle ultime settimane, di quella che dura giorni interi e inzuppa ben bene i suoli. Li ho intravisti dalla strada una decina di giorni fa, ne ho raccolti per due volte oltre un chilo e mezzo, e altre tre o quattro volte una mezzachilata a volta. Il chiodino, come molti altri funghi, a seconda della pianta nei pressi della quale –anzi, in simbiosi con la quale– nasce, assume forme, dimensioni e anche colorazioni molto diversi. Bisogna stare attenti e conoscere bene la specie, ma io so di non sbagliare raccogliendo i minuscoli funghi biancastri con il centro delle cappelline color caffelatte che spuntano sotto leccio, così come altri esemplari monster, alti anche venti centimetri, sotto l'abete rosso in fondo e nel vecchio ceppo di nonsoché, altri grossi come dita dalla cappella color caffè nero sotto alloro, altri ancora sul verde scuro ai piedi dell’agave o sul miele in pieno prato sotto i grandi pini marittimi a forma d’ombrello; fu quest’ultimo, il miele, l’unico colore degno per il micologo-prete don G. Bresadola (1847-1929), padre della micologia italiana, di dare il nome alla specie stessa: ‘Mellea’. Armillaria o Armillariella, per via del ‘collare’ sul gambo. ‘Armillariella Mellea’, ecco il nome e cognome del chiodino. Questo è l’ultimo inverno per la mia famiglia in quel condominio e in quel giardino. Senz’altro il migliore, nel senso della raccolta dei chiodini, di tutti gli altri otto passati là. Un congedo prezioso e prelibato, un augurio per la nuova casa, e il nuovo giardino... posted by isman | 22/11/2003 10:00 | commenti (3) |
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giovedì, novembre 20, 2003 |
VESPA RESPONSABILE. Riaccendo il computer nella notte ma non so farne a meno. Per il titolo me la cavo strizzando l’occhio a una brevissima, deliziosa e innocente poesia di Toti Scialoja che ricordo con affetto, giacché, di mio, stasera mi verrebbe di essere molto meno bonario. Appena pochi istanti fa alla tivvù, Vespa nel senso di Bruno si è assunto la responsabilità (ha detto proprio così, “mi assumo la responsabilità”) di non lasciar dire in trasmissione a Daniele Capezzone, segretario dei Radicali, che fumare uno spinello è paragonabile a bere un bicchiere di vino. Possibile che abbia avuto paura di provare, soltanto provare, in tutta la sua vita? Beh, sì, è ammissibile, ma almeno poteva informarsi: questa cosa è verità arcinota e scientificamente ineccepibile. Chissà com’è che lui che è sempre così preparato, questa non la sapeva? Ma io me lo ricordo bene un’altra volta, quell’insetto, nel senso della vespa, che si assumeva una responsabilità del genere: quella volta fu di lasciar dire, e non il contrario. Era il principio del 1998 e a Porta a Porta lasciò dire, forte e chiaro, al vecchio fisiologo modenese professore Di Bella che gli ammalati di linfoma non-Hodgkin, con la chemioterapia, muoiono tutti. E non soltanto glielo lasciò dire forte e chiaro, ma non permise che vi fosse, praticamente, alcuna possibilità di una replica efficace a tale affermazione. Cioè glielo lasciò dire, tout-court. L’affermazione del medico risultò una di quelle cose che siccome le dice, forte e chiaro, la televisione e in particolare il primo canale pubblico, sono vere. Se non ricordo male poi, quella sera (una delle tante dedicate in quei mesi all’argomento) il vecchio medico era l’unico ospite presente in studio, figuratevi... Era l’epoca, ve lo ricorderete, delle manifestazioni di piazza per la ‘libertà di cura’, tigre assassina cavalcata con criminale cinismo dalle destre e in particolare da Alleanza Nazionale in caccia di consenso popolare a basso costo. Vespa in testa, come sempre in casi come questo (gli deve fare proprio *piacere*, diversamente non si spiega). Ebbene, proprio a quel tempo, proprio in quei mesi, io ero proprio un ammalato di linfoma non-Hodgkin e, avendo ben chiaro per mia fortuna dove stava la verità e dove invece (molto probabilmente) no, mi feci naturalmente curare con la chemioterapia anche se la trasmissione di Vespa mi indicava, forte e chiaro, altre strade: più ‘libere’ e -novità!- finalmente altrettanto legali, e gratuite. E tant’è: oggi son trascorsi quasi sei anni da allora e io sono guarito bene da quel malanno, esattamente come le statistiche, che mi erano note, prevedevano -con buone probabilità- che sarebbe accaduto. La cosiddetta MDB - multiterapia Di Bella, si è poi visto, come funzionò bene. Mi sono sempre chiesto quanti disperati, non in quel periodo (che furono tanti, si sa) ma *proprio quella sera*, presero la decisione sbagliata, condannando sé stessi a morire con certezza quando magari avevano qualche chance ancora di salvarsi con la chemioterapia. Eh, responsabile Vespa, chi sa quanti ne hai ammazzati quella sera, con la tua responsabilità... Ah ma ci andrai all’inferno, ah se ci andrai! (Che dite - sono a rischio querela, stavolta? Non mi dispiacerebbe PER NIENTE.) Buona notte. posted by isman | 20/11/2003 02:09 | commenti (2) |
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mercoledì, novembre 19, 2003 |
NASSIRIYA, AIAP FA UNA BLOG-MOSTRA DI GRAFICA. “L’Aiap, Associazione italiana progettazione per la comunicazione visiva, attraverso Socialdesignzine (http://socialdesignzine.aiapnet.it), il weblog dedicato al design sociale, ha aperto una galleria: Nassiriya, Iraq (http://www.aiapnet.it/eventi/nassirya), aperta ai contributi di tutti i professionisti della grafica, per fissare in immagini l'emozione degli orrendi avvenimenti di questi giorni.” Ecco il contributo di mic (pubblicato qui grazie alle istruzioni e all’aiuto di Michele Marziani, che ringrazio). Grafica ce n’è poca, ma secondo me non serviva. Il resto della mostra, in compenso, ne traborda. Soprattutto inutile.
posted by isman | 19/11/2003 19:08 | commenti (3) |
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TELEFONINO BIRICHINO. (Gli argomenti trattati in questo weblog sono come una pallina di flipper, ma tant’è, a me piace farlo così.) Ho speso una manciata di minuti in chiacchiere molto gradevoli, qualche tempo fa, con la mamma di un’amica di scuola di mia figlia Giulia. Bel personaggio davvero: affascinante, di grande intelletto e cultura ma senza alcun bisogno di ostentazione, una bella casa borghese luminosa e divertente, armoniosamente disordinata e tanto piena di oggetti interessanti quanto -rarità- vuota di ogni ‘lusso’ e di alcun soprammobile od altro oggetto che non sia, comunque, di grande gusto: gusto magari strano -e perché no?- ma indubbio. Per concludere, la simpatica signora è -beata lei- piuttosto sexy, attraente, di una bellezza particolare e sfiziosa: insomma, come si dice, alla sua mamma le era riuscita proprio bene, a suo tempo. Sul finire delle chiacchiere ci si scambia i numeri di telefono promettendo futuri inviti incrociati delle rispettive figlie, come si fa di solito, ma con piacere particolare quando si incontrano cose condivise anche fra adulti. Digito sul mio il numero del suo telefonino, il suo nome, e pigio ok. Ed ecco il tiro mancino del mio apparecchio telefonico portatile Ericsson, che ci deve avere un’anima e dev’essere una birichina. Mi fa, testuale: “Posizione 69”. Oibò! - ma tu che ne... In una frazione di secondo capisco, sorrido, mi risparmio qualsiasi battuta, che mi parrebbe del tutto sconveniente. Incasso (divertitissimo) e porto a casa. Ma a qualcuno lo dovevo raccontare. Lo faccio senza premeditazione oggi mentre il cardinal Ruini tuona a reti unificate che noi “non ce ne andremo”, la quasi totalità della stampa italiota pare che gli faccia da coro e il popolo ostende il tricolore. A tutti loro, oggi, preferisco senz’altro il mio telefonino. E se qualcuno che legge qui pensa che io non stia rispettando i morti italiani di Nassiriya, per favore, non me lo scriva neppure. Ché cancellerei il suo commento. Il blog non è un posto democratico, è casa mia. posted by isman | 19/11/2003 09:19 | commenti (3) | |
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martedì, novembre 18, 2003 |
PANONTELLA COI BEVERELLI, NO VEGAN. Eeh? Panontella? Beverelli? Esatto; è questo il menù a piatto unico del mio pranzo di oggi: il fasfud locale sutrino, per così dire, offertomi e accettato al volo nonché divorato con entusiasmo. Non trattasi propriamente di roba dietetica, né tanto meno ‘vegan’. I beverelli si chiamano così a cagione del fatto che, mangiandone, si è portati a bere. Vino si intende. Sono segmenti di circa mezzo metro di intestino di maiale, piegati in due, conditi con finocchio pepe e sale ed essiccati, e anche un poco affumicati, sul camino. Si preparano lasciandoli ‘caramellare’ alla brace, arrotolati su sé stessi e infilzati da uno spiedo. Il grasso si scioglie e cola abbondante ma anziché lasciare che sgoccioli nel fuoco ci si inzuppa a più riprese una pagnottella di pane sciapo tagliata in due come un sandwich, schiacciando il beverello fra una valva e l’altra della conchiglia di pane. La pagnotta si fa unta e cioè ‘panonta’, ‘panontella’ quando è piccola. Quindi, il tutto si mangia. E buon appetito. I beverelli si trovano soltanto di martedì, alla norcineria in piazza. Pagnottelle sciape ideali al forno di fronte, sulla stessa bella piazza municipale della ‘antichissima città di Sutri’. posted by isman | 18/11/2003 17:27 | commenti (3) |
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venerdì, novembre 14, 2003 |
14 NOVEMBRE. Non parlo qui dei fatti sciagurati di Nassiriya; l’ho fatto stanotte, ‘per forza’, a commento a un post molto duro ma anche molto giusto scritto con rabbia da Aglaja nel suo blog, e in particolare in risposta a uno certo Giovanni, al suo commento sciocco, fazioso, davvero insopportabile. Perdonatemi ma il link, per pigrizia e imperizia, non ho mai imparato a farlo: se interessa, digitate http://aglaja.blogspot.com Ciò detto, che mi sembrava comunque doveroso, oggi è il mio 41esimo compleanno, e all'eremo è arrivato il fon. Sì il fon, l'asciugacapelli elettrico. Me ne sono regalato uno buono, dopo due anni senza a ricordo e testimonianza dell'inizio qui che fu, ora lo posso dire, abbastanza duro: anche per i soldi che davvero non c'erano (e del fon, l’ho dimostrato con così poco sacrificio, si può benissimo fare a meno). I soldi che non ci sono se da un lato non costituiscono quasi mai un problema veramente grave (‘qui da noi’ si intende e con le spalle comunque abbastanza coperte come io per sorte ho), dall’altro sono abilissimi a inquinare la vita, la serenità, riuscendo comunque a disturbare e a intralciare passi delicati e importanti di un cammino anche doloroso, ma giusto e necessario. Ci provano insomma, a farti lo sgambetto, e sono bastardi. Ma io non sono caduto, o forse sì ma mi sono anche rialzato e ho fatto non finta di niente, ma ho scelto di continuare, in salita, per il sentierino poco battuto, a tratti anzi ancora da tracciare, che sapevo essere quello giusto e necessario per me. E ho fatto bene, e sono molto contento. Il fon che non c’era ormai era divenuto un simbolo, nella sua assenza, ché logicamente avrei potuto comprermelo molto, moltissimo tempo prima, magari di un modello economico. Ma i simboli (anche quelli banali come questo) aiutano, a volte, a ricordare ad esempio dove si sta andando e perché, fanno vece di un ago di bussola, e di questo fino ad oggi non mi ero voluto privare. Ma ormai son passati due anni, arriva l’inverno, è il mio compleanno, io sono felice, e ho un po’ di bronchite. Volevo un fon che fosse un fon, e che almeno all'aspetto fosse robusto, e che avesse forma di fon e non di altro. Ai Magazzini del Popolo (che è un postaccio ma quel nome mi incanta, e finisce che vado sempre lì), quelli più economici erano dei baracchini plasticosi dalle forme orrende (bah, chissà chiccazzo li disegna?!) e pieni di optional obbligatori, cretini quanto inutili. Quelli 'professionali' sembravano astronavi e poi erano cari e non meno orrendi. Ce n'era uno solo che mi sembrava andar bene per me che son così schizzinoso, di prezzo medio. Di un bel blu sereno e scuro, opaco, gommoso, senza alettoni o altri orpelli gratuiti: un oggetto vero e sincero, ‘stronzate-free’. Preso. Soltanto poi, a casa, mi sono accorto non della fregatura, ma al contrario della sorpresa: nella scatola c'era, oltre al fon, un aggeggio che si imbaionetta davanti al bocchettone dell'aria in uscita, e che oltre all'aria proietta un fascio di raggi infrarossi! Wow, posso metter su un salone e magari pettinare le pecore di Giuseppe, il vicino. A far compagnia al fon, una serie completa di cacciavite fikissimi con puntale in acciaio armonico e manico cicciottello in gomma, e una serie di punte per trapano al titanio le quali, oltre a fare buchi perfetti, hanno il colore dell’oro, e del bel sole che stamani occhieggia qui fuori, in questa bella campagna. Eran tre volte che le vedevo e che resistevo, lasciandole con rimpianto sullo scaffale. Ma mi hanno aspettato, e le ringrazio. posted by isman | 14/11/2003 09:01 | commenti (7) |
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martedì, novembre 11, 2003 |
UN FOGLIETTO RITROVATO PER CASO. Me l'ero appuntato perché mi colpì quando lo lessi, molti anni fa. E' un breve brano tratto da un canto dei partigiani 'Gedalisti', forse un ritornello; siamo in Russia credo, e siamo nel 1944. “ (...) Ora abbiamo imparato i sentieri della foresta, abbiamo imparato a sparare, e colpiamo diritto. Se non sono io per me, chi sarà per me? Se non così, come? E se non ora, quando? (...) ” Primo Levi fece di queste ultime quattro parole il titolo di un suo libro straordinario. (Me lo devo andare a rileggere.) Io, assai più modestamente, sto cercando da anni di farne un modus vivendi. E sono contento perché, ultimamente, mi sta riuscendo. Tutti i giorni, ogni giorno un piccolo passo. Il bello di invecchiare. posted by isman | 11/11/2003 17:17 | commenti (1) |
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venerdì, novembre 07, 2003 |
UNA FRASE, NESSUN COMMENTO. G. è una mia vecchia e cara amica. Lo è, vecchia, sia perché ci conosciamo da molto tempo, sia perché, non me ne voglia, ha quasi sessant'anni. Ma ne mostra di meno, parecchi di meno, soprattutto per la vita che fa, assolutamente paragonabile a quella che faccio io con quasi vent’anni in meno sulle spalle. Ho anzi l’impressione che G., donna interessante e tuttora senz’altro attraente, come me più che una persona adulta, molto più che una persona anziana, sia una ‘ragazza che invecchia’, soltanto un poco più segnata di me dal tempo: nel corpo. E anche nell’anima. L’altra sera, è accaduto per caso, ci siam fatti una chiacchieratona come era dai tempi della spedizione in Tibet, tre anni fa, che non accadeva. Ci siamo detti tante e tante cose ma l’ultima, pronunciata dopo i saluti sull’uscio che stava per richiudersi, mi ha colpito e commosso. “Te lo giuro –m’ha detto– darei dieci anni di vita, per poter stare, dieci minuti, con mio padre”. posted by isman | 7/11/2003 18:57 | commenti (4) |
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giovedì, novembre 06, 2003 |
HOMONOMASTICA ITALIANA Quand’ero piccolo mi faceva impressione il cognome di un vecchio amico di mia mamma, di professione chirurgo ortopedico, che si chiamava Tagliabue. In seguito, ho incontrato nella mia vita un Mangiafico, un Passacantando, un Cantalamessa... Oggi leggo di un allenatore di squadra di calcio, il quale di cognome fa Ammazzalorso! Chi sa, magari un giorno in un futuro prossimo o remoto, esisteranno degli Scatafascialamacchina, dei Leggilemail, dei Sudainpalestra... posted by isman | 6/11/2003 11:15 | commenti (10) |
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mercoledì, novembre 05, 2003 |
LA STORIA NELL’ERA MORATTIANA Ecco che cosa insegnano ai nostri figli alla scuola media: “Gli uomini della Destra erano aristocratici e grandi proprietari terrieri. Essi facevano politica al solo scopo di servire lo Stato e non per elevarsi socialmente o arricchirsi. Inoltre amministravano le finanze statali con la stessa attenzione e parsimonia con cui curavano i propri patrimoni. Gli uomini della Sinistra, invece, sono (attenzione al passaggio al tempo presente, ndr) professionisti, imprenditori e avvocati disposti a fare carriera in qualunque modo, talvolta sacrificando persino il bene della nazione ai propri interessi. La grande differenza tra i governi della Destra e quelli della Sinistra consiste soprattutto nella diversità del loro atteggiamento morale e politico”. (da: Federica Bellesini, “I nuovi sentieri della Storia – Il Novecento”, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 2003; pagina 34) posted by isman | 5/11/2003 23:17 | commenti (3) |