Mic.

pensieri, nel vento,
di Michele Isman

[m.isman@agora.it]

giovedì, aprile 08, 2004
A TE, O POETA

E‘ l’ora per tre parole
(i tre certi):
attici–di–città.
Eredi, c’è da decidere...

I tropici, mi ci porti?
Il re deve vederli.
Oplà, salpo!

Ero maniaca, in amore.
Anna ama Ale, ma Pamela ama Anna.
Anna Rita, tiranna!
Adele me la dà,
e tra poco parte.

A te, o poeta
(era poeta e di nome Semonide, ateo, pare),
erano usi suonare
i minimi,
i treni inerti.

E tu? La salute?
Alle carte t’alleni, nella tetra cella.
Eran i mesi di seminare:
occorre pepe, per Rocco.

Al riparo ora, pirla!
A visitar frati, si va,
ai lati d’Italia.
Risotto, Sir?


... Ebbene no: non sono impazzito (ohibò, almeno non credo); né tampoco son diventato poeta. Oppure un poco sì, ma soltanto per giuoco.
Qualcuno, leggendo fin qui, se ne sarà accorto: ogni riga di questa composizione che sembra una poesia di un poeta folle, è PALINDROMA: significa che la si può leggere anche all’incontrario, come le parole ‘onorarono’, ‘radar’, ‘kayak’ (a proposito, pare che ce ne siano molte, parole palindrome, nella lingua degli Inuit).
Ho trovato queste e altre frasi palindrome sul sito ‘frasi.net’ (la composizione, e la punteggiatura –quelle sì ma soltanto quelle– invece sono mie).
Andate a vedere: attualmente ci sono 207 frasi palindrome, lì pubblicate.
Fra queste ce n’è un paio che, in sé, da sole, son due capolavori barocchi. Leggete un po’:

‘Avida di vita, desiai ogni amore vero, ma ingoiai sedativi, da diva.’

‘O mordo tua nuora, o aro un autodromo.’


 
martedì, aprile 06, 2004
UOVA DI PASSAGGIO

Al primo plenilunio dopo l’equinozio che segna la fine dell’inverno, inizia la pasqua degli ebrei: Pesach, che vuol dire passaggio. Si ricorda il famoso passaggio (all’asciutto) del mar Rosso che per miracolo si ritrasse, richiudendosi subito dopo e sterminando gli Egizi cattivoni inseguitori.
Ma ‘passaggio’ probabilmente va inteso anche nel senso di passaggio di stagione: dal buio, freddo e sterile inverno alla luce, al caldo, al rifiorire della vita nelle campagne (il che significa, fra l’altro, cibo...), alla fecondità.
Checché, poi, i dotti si sforzino nel trovare affascinanti ma acrobatiche interpretazioni alla scelta del plenilunio, a me viene molto modestamente da sospettare che il motivo stia nel fatto che con la luna piena, banalmente, ci si vede anche di notte. E nella notte dei tempi, chi ritornava a casa dopo avere festeggiato la pasqua presso parenti o amici, era evidentemente più contento di farlo vedendo dove metteva i piedi, piuttosto che non.
Noi che viviamo nell’era della luce elettrica non ce ne rendiamo conto ma, vi assicuro (perché qualche volta io l’ho sperimentato, per gioco): c’è una differenza come, letteralmente, dal giorno alla notte, fra camminare di notte con la luna piena ovvero col buio pesto.
Tutto ciò esperiva anche l’ebreo Gesù di Nazareth il quale, nel primo plenilunio successivo all’equinozio di primavera di millenovecentosettantun anni fa, festeggiava la ricorrenza coi suoi amici, consumando quella che sarebbe stata la sua ultima cena e mangiando, se fece come me ieri sera dai miei cari amici Tagliacozzo, molte uova.
Nando s’è divertito a calcolare che fra antipasti rituali e pietanze varie, fino al tradizionale gelato di zabaione, di uova ne son state impiegate centosettanta. Diviso trenta che era il numero dei commensali, fanno quasi sei uova ciascuno!


 
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