Mic.

pensieri, nel vento,
di Michele Isman

[m.isman@agora.it]

venerdì, giugno 25, 2004

PARADISO DI GIUGNO

Si va per una settimana sull'isola Santa Maria (a Nord della Maddalena, verso la Corsica), come accade ogni giugno da molti giugni ormai, ospiti dei nostri amici Sandro e Raffaella. Imbarchiamo stasera: tutta l'allegra famigliuola a schema libero e la Kangoo piena di pochissimi vestiti, cose varie da pesca, pinne&maschere per tutti, canoa gonfiabile e una cassa di meravigliose susine che mi appresto a cogliere dall'albero che ne è stracarico. Arrivederci.



 
martedì, giugno 22, 2004
APPUNTI DI VIAGGIO

S’è persa la strada, il primo giorno (la guida è dotata di un naso —come si dice, importante— il quale funziona abbastanza bene per usi svariati ma non dev’essere troppo sensibile al magnetismo terrestre).

Ma poi s’è ritrovata: un centauro da motocross c’ha raccontato dove eravamo andati a finire e s’è arrivati comunque, indenni e in tempo per la cena, alla Consuma: chi coll’autostop e chi, tignoso, a piedi.
(A proposito: davvero gentilissimi gli automobilisti del Casentino, che si son fermati immediatamente caricando tutti quelli di noi che han potuto ficcare in macchina, zaini inclusi.)

Ci s’è riempiti di zecche: soprattutto Paola che, loro evidentemente se ne accorgono, è dolcissima.

S’è sofferto il caldo e persino il freddo, e presa un po’ di pioggia (ma poca, per fortuna).

S’è fatto il bagno per tre volte (come da istruzioni), quasi tutti, temerari, nell’acqua santa e miracolosa del Bagno di Cetica. Qualcuno ha fatto addirittura il bis: altri tre bagni, totale sei, come i gradi di temperatura dell’acqua.

Si son curate vesciche e ricucite suole di scarpone.

Si son fatti giochi e indovinelli, camminando, con il piccolo, bravissimo Peo: unico cucciolo della compagnia.

S’è mangiato meravigliose fragoline, nel bosco, e ciliegie self service offerte da una signora.

S’è incontrato bei personaggi...

S’è intravisto un capriolo.

S’è passato accanto a mulini antichi (ad acqua) e modernissimi (a vento). Questi ultimi son talmente grandi che li si vede persin dall’autostrada: tra Arezzo e Firenze, sul crinale, verso oriente. Passargli sotto fa impressione.

S’è trovato il primo porcino della stagione (un aestivalis, il porcino estivo), l’ultimo giorno, e delle vesce: tagliati in fettine sottilissime, ben conditi con olio sale e pepe e accompagnati da scaglie di Parmigiano, son diventati un’ottima insalata di fungo.

(Indovinate chi l’ha trovato, il porcino ;-) )

S’è camminato per una sessantina di chilometri, in tre giornate: attraverso borghetti, pascoli, praterie di felci, torrenti, antichi ponti e infiniti boschi di castagno, faggio e conifere assortite.

Bello. Proprio bello.


 
giovedì, giugno 17, 2004
IL VIAGGIO A PIEDI DEI QUATTRO FRATELLI C.

I fratelli C. sono quattro e vivono fra la Lombardia, loro terra di nascita, la Toscana e l’America. Li conosco tutti e quattro da che sono nato, essendo che le nostre famiglie sono amiche da sempre.
Qualche tempo fa sono stato incaricato, nell’ambito delle attività di AltoMondo, di organizzare ad hoc per loro un viaggio a piedi: da Arezzo a Firenze attraverso il Casentino e in particolare la catena preappenninica del Pratomagno. Erano anni che ci pensavano, i quattro fratelli, guardando la collina appena dietro la bella casa aretina della D. e dicendosi che di là, più o meno, si poteva andar camminando per sentieri e vecchie mulattiere fino alle porte di Firenze.
In teoria è vero, e l’idea originaria era una bellissima idea; ma fra il dire e il fare, come si dice, e come sempre, c’è di mezzo il mare: un mare fatto in questo caso di tratti del cammino da percorrere obbligatoriamente sul ciglio di strade più o meno trafficate, e di notti all’addiaccio o quasi con la conseguenza di dover portare zaini molto pesanti. Lo stesso ‘mare’ poi, in sé, si è rivelato (viste le ‘carte nautiche’ e fatti due conti) essere un mare un po’ troppo grande: i quattro fratelli C., chi più, chi meno, sono sì abituati a camminare ma non sono più dei ragazzini, nessuno di loro usa abitualmente i propri piedi come principale mezzo di trasporto, e il viaggio integrale sarebbe durato almeno cinque giorni.
L’idea originaria è stata pertanto ridimensionata —amputata, se vogliamo— e trasformata in un anello con uno stesso punto di partenza e d’arrivo: l’abitato di Castel San Niccolò, che però tutti (inclusi i cartelli stradali) chiamano Strada in Casentino; ‘Strada’ tout-court, per gli intimi (http://www.comune.castel-san-niccolo.ar.it/MostraPietra/strada1.htm).
Partiremo sabato mattina (dopodomani), di buon’ora: da Strada andremo per Nord-Ovest e poi per Sud fino al passo della Consuma (http://www.storiaecultura.it/cornucopia/abitati/consuma.htm), dove abbiamo nanna e pappa belle e prenotate in un alberghetto modesto in paese; è una tappa un po’ lunghetta (23 km, 650 metri di dislivello in salita) ma, volendo, ce la possiamo cavare per un sentiero un po’ più breve che taglia a Ovest passando per Montemignaio.
Seconda tappa, rotta Sud: dalla Consuma a Bagno di Cetica percorrendo per un bel tratto (19 km, 700 metri di dislivello in salita) la cresta del Pratomagno, per un sentiero denominato CT, ‘Casentino trekking’. A Bagno di Cetica, lo dice la parola stessa, ci son le terme. Fredde gelate però e, secondo secolare tradizione, curative d’ogni male possibile. Le vasche, in pietra, sono proprio al piano terra del bell’albergo immerso nel verde in cui mangeremo e dormiremo (http://www.bagnodicetica.it/storia.asp).
Terza tappa, Nord-Est, da Bagno di Cetica a Strada: 18 km, 300 metri in salita.
Arrivo previsto: lunedì pomeriggio.
Ai quattro fratelli (e allo scrivente) si sono aggiunti via via una figlia, una cugina, un nipote con altro nonno di scorta, e persino la mia mamma Rosella.


 
DA CHOMOLUNGMA A CHOGORI'

Sono ripartiti ieri dopo una breve pausa in Italia: Enrico (stavolta accompagnato da Michela, sua moglie), Patrizia, e gli altri.
Vanno in Pakistan, stavolta, sul Karakorum, e lì scaleranno e faranno misure varie sulla seconda montagna più alta di Terra: il K2, il cui nome vero è Chogorì (banalmente,‘montagna grande’), a cinquant’anni dalla prima salita che, ammesso che questo sia importante, fu italiana. Compagnoni e Lacedelli, capospedizione il professor Desio, e tutta la querelle mai risolta di Bonatti, dell’ossigeno, del bivacco all’addiaccio a quota ottomilacento, mai ufficialmente riconosciuto.
www.k2scienza.inrm.it : qui troverete aggiornamenti, notizie, immagini quasi in diretta. Come è stato anche nel caso di quella appena conclusa a Chomolungma, trattasi di spedizione ricca: con molta tecnologia, e persino con qualche (forse un po' stridente) comodità, del tipo avere la possibilità di usare il fon in tenda...
In culo alla balena!


 
mercoledì, giugno 16, 2004
SEGRETISSIMO

Fra poche ore la mia nonna A. entrerà nel suo centesimo anno di vita: cioè ne compirà novantanove, essendo nata il 17 giugno 1905, in una Monza con le strade pavimentate di porfido e lastroni di granito, percorse da carrozze e biciclette; con le cascine, i mulini, il fiume Lambro pulito che ci si faceva il bagno, il tram a cavalli che collegava la città con la vicina Milano (anche se c’era già il treno: seconda linea ferroviaria d’Italia, la Milano-Monza), e la Villa Reale ancora tale, le prime industrie...
Per me il 17 giugno resta il compleanno di una remota fidanzata: manco me lo ricordavo, qual era il giorno esatto della nonna. Ma non perché non le voglia bene, quanto piuttosto perché, a mia memoria, la nonna A. non ha mai voluto né permesso che la si festeggiasse. Gu-a-i!
Suo marito, il mio nonno, aveva appena la concessione di alzare il bicchiere in segno di brindare, a tavola, senza proferir parola alcuna (ma, insinuo io conoscendo la nonna, guai a lui se non se ne fosse ricordato!).
L’età della nonna A. è sempre stato mistero per tutti, tabù, così come la data del suo genetliaco: fino a quando negli ultimi anni, crescendo il numero, il divieto si è fatto via via labile e lacunoso, sì che da qualche anno non soltanto è possibile farle gli auguri, ma questi le fanno decisamente piacere.
Fra l’altro sta bene, proprio bene, la nonna A. E' ancora bella, ha occhi luminosi e vitali, il cervello che funziona (ha un bel sense of umor, e gioca a bridge ricordandosi tutte le carte) e le gambe, pure: gambe magre che camminano ancora in montagna.
Ma voglio svelare anche quest’ultimo segreto e scrivere infine il suo nome per intero (Rodotà chiuderà un occhio).

Auguri, tanti, nonna Adele!

(e pure alla remota fidanzata)


 
giovedì, giugno 10, 2004
IL VINO NEL BRODO
di Marco Simi

Avrò avuto dieci anni. Partivamo alla mattina del sabato, sveglia alle cinque, con la roba da montagna preparata in cucina, per non svegliare gli altri. Poi giù dalle scale dal secondo piano (l’ascensore è roba per vecchietti, che diamine!) e si camminava verso Via Messina, a prendere il 33, appena uscito dalla rimessa, unici passeggeri che potevano permettersi di chiacchierare con l’assonnato conducente (“vietato parlare con manovratore” recitavano tassative le targhette d’alluminio con le borchiette). Tra le prime luci dell’alba e le ultime luci della notte milanese ecco la Stazione Centrale e il vagone di seconda classe. Le pedule sgniccano sul linoleum del fondo. Passano come in un filmino le stazioni, gradualmente meno familiari: Monza, Carnate, Airuno, fino alla discesa di Calolzio.
Ecco la corriera più rumorosa del mondo, carroarmato che divora i tornanti fino ad Erve, porta d’accesso al mistero a portata di Milano, i boschi e le vallette del Resegone.
Piano piano mio padre ed io salivamo verso la vecchia Capanna Monza. Si incrociano su quei sentieri acque sempre nuove, verde con sfumature sempre diverse. E poi sempre meno gente (si sa, camminare fa sudare). Chi si incontra si saluta con discreto rilassato piacere, senza parole (complicità di gustare una panarda di natura tutta per noi). Poi il gestore del rifugio e qualche vecchio amico del babbo. Si pranza. Il vecchio Beppe, brianzolo verace e carapaceo si sversa un piatto di brodo, ci inzuppa il pane e mangia in silenzio. Poi, muovendo i baffi vibratili alza il mezzo litrozzo che ha davanti e versa, discreto, nella minestra.
Lo guardo, bambino un po’ curioso e un po’ sbalordito: ma non si fa così... non sta bene. Guardo mio padre, interrogativo. Sorride e fa cenno che così va proprio bene. Dopo, molto dopo, mentre si cammina verso valle ripiglia: “sai, anche il nonno, ci metteva il vino, nella minestra ...”
Lo scorso novembre mio padre, pochi giorni di vita prima della vita più grande, sul letto dal quale non ci si esce più, assapora, senza poterlo inghiottire, qualche goccia di vino novello, ultima comunione col mondo terreno. “Ti ricordi eh, quel vino nel brodo ...” e sorride.
Qualche sera, ma solo con pochi amici, ci devo proprio provare. Ci cascherà dentro qualche lacrima di nascosto, son sicuro. Buona anche lei, altro che barrique...

Ho incontrato Marco Simi per la prima volta in questo breve racconto, arrivato a me per caso attraverso le maglie della Rete prima ancora che coi suoi scritti lui approdasse a Cibarya, la rivista di Esperya curata da Giulia Birindelli e Michele Marziani: dell’Esperya di Antonio Tombolini e compagni, si intende, mica quella di oggi al retrogusto di marketing.
Me ne ‘innamorai’ immediatamente (fra virgolette, soprattutto quando poi lo incontrai di persona una sera a Roma e scoprii che si trattava di un omaccione grande e grosso...).
Un paio di settimane fa un infarto se l’è portato via, a quarantacinque anni. E io mi voglio congedare da lui pubblicando modestamente in questo spazio proprio quel suo racconto che me l’aveva fatto incontrare e, in pochi istanti, sentire vicino.


 
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