Mic.pensieri, nel vento,
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sabato, luglio 30, 2005 |
CRONACHE DI PESCA Torrente Avisio - Predazzo Sveglia alle 4,30: alle cinque, in questa stagione, ancora vicini al solstizio d'estate, è bene essere già sul fiume: non appena si incomincia a vedere. I bimbi hanno avuto bisogno di un poco di pazienza: a quell'ora, in piena notte, non è facile svegliarsi e alzarsi con disinvoltura; s'è dovuto insistere, per tirarli in piedi (senza lagne, si intende; di loro scelta, intrigati all'idea di ciò che si andava a fare). Dieci minuti di curve e siamo a valle dell'abitato. La "buca" in cui voglio fare i primi lanci, alle prime luci, e farli fare ai bambini, la conoscevo già dall'anno scorso: e avevo avuto modo di rilevarvi un certo traffico di pesci di robusta costituzione. Si tratta in realtà quasi di un laghetto, nel letto dell'Avisio, con acqua profonda, lenta, vene di corrente, remore, e grossi massi di porfido levigato tutto attorno, a far da diga naturale: habitat e terreno di caccia ideale, per i predoni del torrente per i quali siamo qui, le trote, le grosse trote fario di fondovalle e, magari, le ricercatissime marmorate presenti in questo bel fiume dalle acque cristalline: probabilmente le uniche autoctone, certamente nate qui e non viceversa in una vasca di allevamento. Il problema dell'Avisio, come di molti altri fiumi alpini, è che l'acqua che vi scorre è troppo preziosa, per via dell'energia che se ne può spremere, perché questi ecosistemi delicati siano lasciati in pace. Poche centinaia di metri a monte della nostra buca, il fiume riceve un immissario artificiale, acqua veloce proveniente dalla centrale idroelettrica. Quando aprono, al mattino, il livello del fiume sale in pochi secondi e quadruplica la portata, l'acqua prende a correre veloce, e si intorbidisce. La prima volta, colto impreparato dall'onda di piena - mi trovavo al centro dell'alveo, con gli stivaloni - ho seriamente rischiato di dover riguadagnare terra a nuoto (con la Leica di Mic Marziani nello zainetto)... All'apertura della centrale le trote vanno a ripararsi tra i massi del fondale e non mangiano fino alla successiva chiusura. Fine dei giuochi, per i pescatori. Ebbene stamattina alle cinque e un quarto l'acqua dell'Avisio era già alta, già veloce, già torbida: chi sa perché. Faccio ugualmente due lanci, ne fanno due a testa anche i bimbi. Nessun pesce scatta dal fondo ciottoloso del fiume per azzannare furibondo il nostro cucchiaino rotante Martin da nove grammi. Sondo ogni angolo della buca, senza risultati. Eppure lo so, che là sotto i pesci ci sono, eccome. Capisco subito che bisogna cambiare aria, o meglio, area. Si rimonta in automobile che s'è fatto ormai chiaro. Andiamo verso monte, buttando occhiate al fiume: sì, si tratta effettivamente della centrale, insolitamente già aperta così presto. Parcheggio subito a monte dell'abitato: per capirci, all'imbocco della val di Fassa; dal ponte, la portata del fiume appare modesta e l'acqua trasparentissima, scendiamo. L'anno scorso avevo preso una grassa fario facendo girare il cucchiaino nella schiuma ai piedi di una cascatella, in paese. Come da accordi precedenti, lancia prima Giulia per due volte, ma brucia entrambi i tentativi lanciando troppo corto: recupera quei pochi metri di filo, il cucchiaino lavora bene ma non succede niente. E' la volta di Nico, il quale arriva a lanciare un poco più in là, ma idem, nessun attacco. Viene il mio turno. Lancio ovviamente più forte e più preciso; superando in volo un tronco incastrato di traverso, il Martin cade nell'acqua appena a monte della cascata, a una ventina di metri da noi, a pochi centimetri dalla riva opposta. Perfetto. Chiudo l'archetto e lascio che la corrente faccia precipitare l'ingegnosa esca nella schiuma; soltanto ora inizio a recuperare, piano; dalla resistenza del filo nel mulinello deduco che il Martin prende a girare, proprio dove volevo. Questione forse di un mezzo secondo, che sento alla canna l'inconfondibile scossone dell'abboccata. ferro forte e recupero deciso, dev'essere grossa! La canna si flette, poi si raddrizza: il presunto, malcapitato salmonide cerca rifugio sotto la cascata, nuotandoci incontro; recupero lesto il filo in bando, affinché il pesce non si slami. Prima ancora di vedere la mia preda mi domando come farò a recuperarla, ché la riva è scoscesa e non ci sono spiaggette o acque basse verso cui trascinarla. In un attimo decido di azzardare un "volo" e appena intravedo il pesce e il filo è della lunghezza giusta faccio scattare i muscoli. Fortuna che la canna è robusta, e che monto un buon filo spessore 0.30: la trota è catapultata fin su sull'argine, dove ci sono i bambini, slamandosi durante il volo. In due salti sono su anch'io e solo allora mi accorgo che si tratta di una stupenda marmorata. Siamo sul filo della misura minima consentita, però: prima di decidere se tenerla o rilasciarla, la debbo misurare. Estraggo dallo zainetto l'asticella che mi ero all'uopo costruita la sera prima con mezzi di fortuna e stimo la lunghezza della preda fra i 43 e i 44 centimetri. Tre colpi secchi di annnoccatore, segnano in un attimo il capolinea della vita di questo bellissimo esemplare, che osservo poi con attenzione, assieme ai bambini. La forma è snella e allungata, come quella di un siluro. La livrea è scura, priva di qualsiasi traccia di ibridazione con la specie Fario. La testa grossa, allungata, le pinne possenti, scure, e che denti! Ne ha di affilatissimi persino sulla lingua, rivolti all'indietro per trattenere le prede azzannate. Una macchina da predazione. Chi sa quante migliaia di insetti, crostacei e di altri piccoli pesci dev'essersi divorata, per diventare com'è... Ricordo di aver letto, in un libro di Mario Albertarelli, di un pescatore che catturava soltanto marmorate e soltanto di grande taglia, in una sorta di battaglia contro i mulini a vento tutta sua, dedicata a liberare i fiumi da questi "mostri assassini"... Mi dico, e dico ai bimbi, che per me potrebbe anche bastare: una preda così, da sola, vale una giornata di pesca. Ma non sono neppure le sei del mattino e sul cartoncino delle catture ci sono altre quattro caselle libere... La pesca è una roba un po' misteriosa: capitano mattine che il fiume sembra disabitato da ogni qualsivoglia forma di vita, e altre "magiche", in cui a ogni lancio, o quasi, corrisponde un attacco, e spesso un'abboccata. Stamattina le mie esche artificiali ne devono aver subiti forse cento, di attacchi, e a una trentina o quarantina di questi è corrisposta un'abboccata vera e propria: una potenziale cattura, cioè. Abboccavano dappertutto: in acqua alta, dietro i massi, nella schiuma, ma anche nel pieno della corrente, in venti centimetri d'acqua, lanciando verso monte, da dove i pesci in teoria non ti vedono, ma anche verso valle, da dove in teoria ti hanno già visto. Incuranti di tutto, abboccavano che sembrava di essere al laghetto della pesca cosiddetta sportiva, ai rotanti così come ai rapala, e addirittura un "tandem" (pesciolino + cucchiaino rotante), oggi, risultava irresistibile, prima di rimanere definitivamente incastrato in un ramo sul fondo del fiume (che peccato). Ho allamato e liberato di tutto: numerosi, grassi ibridi di marmorata, smilze fario di ceppo mediterraneo dalla livrea tipica a grandi punti neri e rossi cerchiati di bianco e dal ventre giallo, altre marmorate fra le quali una in particolare, splendida, purissima, scurissima, snellissima, sui trentacinque, robuste Fario "atlantiche", e persino un'iridea, furibonda, che chi sa come ci era finita, nell'Avisio... Alla fine e cioè neanche alle otto del mattino, assieme alla prima marmorata nel sacco c'erano quattro belle fario, fra i venticinque (le prime...) e i trentasei centimetri. Sono mesi che, invano, trascino arrapantissimi rapala, luccicantissimi ondulanti e altre diavolerie alieutiche per centinaia di miglia marine, dietro la barca a vela con la quale scorrazzo velisti per caso fra le isole del medio-basso Tirreno. Guarda te se, per pescare dei pesci veri, uno deve migrare in val di Fiemme. posted by isman | 30/07/2005 09:10 | commenti (5) |